Anche oggi, come l’altro ieri e come domani, è #25N contro le #professionistedelvittimismo

di Paola Bottero –

Cosa rimane del 25 novembre? #25N, in tempo di hastag. Abbiamo visto le solite passerelle. Abbiamo letto le solite parole intrise di lividi, lacrime e mani alzate. E anche qualche parola controcorrente. Perché è vero: dopo i professionismi dell’antimafia, che fanno tanto – chissà perché – carta vetrata, sono arrivati anche i professionismi del vittimismo: serviva Eretica per rendercelo ancora più chiaro. Cambia la specificità, ma essere protagonist* è l’unica vera essenza.

costoleParate pre-parate (ahimé, non è solo un gioco di parole) in attesa della cena sociale a suggello della buona riuscita di quanto splendidamente rappresentato in una giornata cucita su misura, che rischia di confondersi con altre come l’8 marzo, tanto per cercare un’altra data ab-usata (e anche questo non è un gioco di parole)?
Sensazionalismo un tanto al chilo, con lame che diventano più insopportabili se zigrinate, con botte che fanno più male se accompagnate dal torpiloquio, con minacce che crescono a dismisura se raccontate con il giusto accento?

Certo, esiste anche – e non conosce crisi – il mercato di questa fattoria degli animali che abbiamo creato su misura per congelarci nel nulla. Ma accanto c’è un mondo. Silenzioso. Che riesce a unire la propria storia personale con il bisogno di uscirne non per sé, ma per tutte quelle donne che da sole non ce la fanno. Che non ha bisogno di chiedere al politico di turno sovvenzioni per riaprire chissà che: basta la gradinata del Teatro Cilea. Bastano poche donne unite a fare un’unica forza da affiancare a chi la forza non sa più dove cercarla. Basta crederci davvero.

rc 25novembreEcco perché non cercherò di raccontare cosa è successo nell’androne del Comune di Reggio dopo la sollecitazione che il Teatro dell’Oppresso ha regalato al corso Garibaldi e a chi ha avuto il coraggio di fermarsi e capire. Non è importante dove è successo, né per quanto tempo, né chi c’era, né chi ha ha detto cosa. Sono sicura che in tutta la penisola, in tutti i luoghi in cui si sono unite professioniste per andare oltre i professionismi, sia successo qualcosa di magico. Si chiama ascolto. Si chiama condivisione. Si chiama voglia e capacità di aprire le nostre emozioni, il nostro animo, alle emozioni e agli animi di chi ha bisogno di giorni speciali, per urlare e per ribellarsi. Si chiama gratitudine per chi come Luciana, Antonella, Anna Maria e tutta la Collettiva AutonoMIA ogni giorno crea megafoni scomodi, ma essenziali; per chi, come Giorgia e le altre ragazze che hanno dato voce a chi voce non ha più, prestando anche il cuore a chi quel cuore l’ha visto fermarsi di colpo; per chi, come Ines, Marilena e Francesca, si danno senza fermarsi a ricordare perché; per chi, come Ro e le tante donne che ogni giorno combattono il 25 novembre proprio o di persone care, mi ha aiutato a comprendere che affannarsi a parlare o a distruggere chi parla serve a niente. Quello che dobbiamo fare perché ogni giorno diventi il nostro #25N, il nostro giorno contro la violenza, è limitarci ad ascoltare. Una ricetta facile facile, per un risultato che potrebbe essere immenso.

PS: capita anche di guardare, oltre che ascoltare. La foto è dello scorso anno, stesso periodo. Scattata a Roma, al Pigneto. Altro luogo di ascolto per eccellenza