La libertà di stampa: paure, incertezze e fibrillazioni del mestiere di giornalista

di Angela Potente – 

Prima di ogni cosa necessita che confessi subito: non amo i dibattiti, le conferenze e tutte quelle situazioni nelle quali c’è un di qua e un di là. È un mio grande, grandissimo limite, ma gli eventi in cui solitamente ci sono dei “docenti” e dei “discenti” mi provocano l’orticaria. Avrò avuto cattivi maestri o un pessimo rapporto con l’istituzione scolastica probabilmente, non ho scavato a fondo, la realtà è che tra una conferenza e un pomeriggio in libreria scelgo sempre il secondo.

Ma ci sono le eccezioni, altrimenti non ci sarebbero regole del resto. E l’altra sera l’eccezione si è fatta forma.

Ho partecipato, e con gran gusto anche, ad un dibattito. Sulla libertà di stampa.

Il dibattito è nato a margine di uno spettacolo duro come il nome che porta: La bomba. Uno “spettacolo” prima vissuto e poi scritto da Rosamaria Aquino e portato in scena, dopo la prima a Roma, sulle tavole del Teatro dell’Acquario della mia ridente cittadina posta ai piedi della Sila. Interpretato magistralmente da attori davvero bravi, Francesca Romana Miceli Picardi (che ne ha curato anche la regia), Barbara Caridi, Massimiliano Nicosia e Gaia De Grecis.

Potrei scrivere dello spettacolo, ma le vicende che racconta mi sono troppo vicine per poterlo fare senza cadere nel sentimentale (ho pianto per almeno mezz’ora di rappresentazione) ed io sono una ruvida che non si svela mai, e poi ci sono le cronache e le recensioni di chi, meno coinvolto, ne sa e saprà scrivere meglio di me.

Perciò torniamo al dibattito che ne è seguito. La libertà di stampa e il mestiere del giornalista. Io scrivo di libri in verità, non mi sono mai occupata di politica, anche se recensire un libro è a volte anche un atto politico, ma lo scrivere di “cultura” dai piani alti del potere non è mai considerato pericoloso (solo perché non ragionano correttamente in verità). Ma tutto sommato si viene notati poco. Scrivere di appalti e malaffare invece ha tutto un altro peso. Cosa che non ho mai fatto e neanche lontanamente mi è mai interessato fare. Alla realtà preferisco la fantasia dei libri. E in più ho avuto la fortuna di trovare una testata e un direttore che mai mi hanno impedito di scrivere quello che volevo: recensendo un librino se ne possono dire di cose eh non crediate. Ma da quello che ho sentito ieri sera è davvero, davvero difficile fare il giornalista oggi. Il giornalista come è da sempre nell’immaginario collettivo, quello che indaga, che scopre le carte, che porta alla luce scomode verità. Sì, scomode, perché le verità sono sempre scomode. E proprio per questo gli ostacoli e gli impedimenti sono all’ordine del giorno.

Da quel che ho capito ieri c’è un sistema all’interno del quale si muove un giornalista di redazione che è davvero da film surreale, senza alcuna tutela, sottoposti a contratti umilianti, e in più bloccati quando magari sono sul pezzo della loro vita. E la cosa sconcertante non è che vengano bloccati dall’esterno, ma dall’interno che è a sua volta bloccato dall’esterno. Si parlava di libertà di stampa dunque. A questo punto non la chiamerei libertà di stampa ma semplicemente libertà. Se non è libero il primo della filiera, nel caso dei giornali l’editore, come si può pensare che siano liberi chi nella piramide sta in basso?

Ed ecco dove voglio arrivare: la stampa, e per stampa intendo l’informazione, riesce ancora a rivestire il suo ruolo di cane da guardia del potere? Il surplus di informazione da cui siamo subissati ha forse per contro parte portato ad un deficit di informazione vera? Perché se da un lato manca la libertà di pubblicare notizie che potrebbero aprirci gli occhi da un altro lato c’è tanta libertà di pubblicare informazione-spazzatura che poi come una palla impazzita rimbalza da un social all’altro contribuendo a diffondere il nulla. Penso per esempio al caso delle due ragazze rapite in Siria sulle quali sono state riportate tante di quelle notizie che a volerci capire ci si poteva perdere il senno. Dov’è l’inghippo allora? È un disegno preciso quello di sommergerci di informazione farlocca impedendo al contempo un’informazione sana? È normale per esempio, che si aspetti la domenica come un giorno santo per poter seguire Report che ad oggi pare sia l’unica trasmissione giornalistico-televisiva che fa inchieste serie? Non dovrebbe essercene almeno una al giorno? Il potere dell’informazione quando è morto?

Ecco, queste erano le domande che mi frullavano in testa quando è finito il dibattito.

E mi sono venuti in mente due film importanti, L’ultima minaccia e i Tre giorni del condor.

Tra i due film intercorrono 24 anni, il primo è del 1951 il secondo del 1975, e dal raffronto delle battute finali delle due pellicole si evince – o quanto meno io l’ho evinto e mi è apparso quasi come un’illuminazione – la differente percezione del ruolo fondamentale della stampa.

Il primo si chiude con le parole di un beffardo Humphrey Bogart che al telefono annuncia al personaggio centrale della sua inchiesta giornalistica che ormai non è più in grado di opporsi a nulla perché «È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!».

Il secondo, nonostante gli anni siano quelli immediatamente successivi allo scandalo del Watergate portato alla luce dall’inchiesta di due cronisti del Washington Post e che portò alle dimissioni di Nixon (ricordate Tutti gli uomini del presidente? Tanto per restare in ambito cinematografico) chiude con una domanda inquietante fatta al Condor, Robert Redford, che incontra il suo “nemico” all’ingresso del New York Times dopo aver consegnato il carteggio, «nero su bianco», sulla corruzione del sistema americano: «Lo stampano?».

Ecco se dovessi riassumere le paure, le incertezze, le fibrillazioni del mestiere del giornalista di oggi la riassumerei in questa domanda: la stampano?

Eppure giurerei che il sogno di ogni giornalista è quello di poter dire almeno una volta nella vita «È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!».

Ed è questo che auguro a Rosamaria e a tutti quelli che del giornalismo hanno fatto la loro vita.

Con stima la vostra piccola recensorA di libri