È il nome che fa il libro? Riflessioni semiserie sull’editoria ai tempi dei vip

di Angela Potente — 

Ognuno sfoga le proprie ansie come può. Quando si è in preda al panico del vivere troviamo sempre un modo per esserlo di meno. L’istinto alla sopravvivenza è più forte della nostra capacità di darci addosso. Per fortuna.

Io per esempio vado in giro per librerie. Nella mia città ne ho tre a disposizione, posti dove trovo una doppia categoria di amici: i libri e i librai. Almeno tre o quattro volte a settimane entro in una delle tre, quando proprio sono in preda all’ansia più stordente e all’acquisto compulsivo di libri entro in tutte e tre. Le copertine, le pagine, il profumo stesso che emanano hanno su di me un effetto calmante. Quindi non è solo per deformazione professionale che spulcio negli scaffali come un cane da tartufo è proprio per una necessità mentale e psichica.

Perciò l’altra sera, come altre mille sere, ero in fila per pagare il mio ennesimo acquisto libresco, e dato che non so stare mai ferma ho iniziato a guardare i libri vicino alla cassa. Così mi è capitato di prendere in mano l’ultima fatica di Francesco Piccolo, edito nientepopodimenodiche da Einaudi. Aspettavo il mio turno e nel frattempo leggevo le sue perle di piccola e trascurabile infelicità. Avevo letto le sue piccole felicità e non l’avevo trovato tanto male, certo niente di particolarmente eccezionale, ma qualche frase era carina. Addirittura citabile. Evidentemente come in ogni sequel che si rispetti, il secondo non è mai purtroppo paragonabile al primo. Capitò a Defoe vuoi che non possa capitare anche a Piccolo? Ma non è questo il punto. Il punto è che più leggevo più pensavo: “ma caspitina anche io posso scrivere un libro così!”. Basterebbe raccogliere i miei status su Facebook, neanche editarli più di tanto, e spedirli direttamente ad Einaudi. Che certamente lo pubblicherebbe. O no?

snoopy scriveEcco il vero punto. La vera domanda che mi ha tormentato mentre tornavo a casa sorridendo e pensando che in fondo in fondo allora per scrivere un libro non ci vuole molto. Basta raccogliere i propri pensieri, o raccontare le proprie disavventure quotidiane e schiaffarle senza timore su word. Eh certo. Per forza così deve essere. Altrimenti non me lo spiego. E non mi spiego non solo questo specifico caso, che tutto sommato è sempre frutto di uno scrittore da Premio Strega, quanto tutta quella carta utilizzata per produrre libri su libri di vip e starlette, e cantanti e calciatori. Almeno Piccolo lo status di “scrittore” lo ha conquistato. Ma quelli di cui sopra? Quando sono diventati “scrittori”? Tra una trasmissione televisiva e l’altra? Tra un tour e una partita? Oh, me li immagino tornare a casa, stanchi dalle fatiche dello show system, mettersi comodi davanti alla tastiera e iniziare a produrre la loro magnifica opera. Far scivolare le dita sulla tastiera come fosse un pianoforte e far venir fuori una sinfonia di parole, una dietro l’altra così come un fiume in piena. Senza blocco del foglio bianco, senza scipparsi i capelli per far sì che quel personaggio viva ed esca fuori dalle pagine, senza passare notti insonni a pensare e ripensare a come dare vita a quello che si ha dentro. Loro fanno così. Scrivono. E poi dopo aver scritto non devono sbattere la testa da un editore all’altro. Dal più piccolo che dice: “no mi dispiace non posso pubblicarlo” al più grande che neanche ti legge l’email. No! Loro sono già pubblicati, ancor prima che lo pensino il loro libro, dai colossi dell’editoria.

Ecco. Io vorrei sapere come fanno. Ad arrivare a Mondadori, Einaudi, Feltrinelli e via dicendo.

Mandano un’email? “Salve, ho questo libro nel cassetto e vorrei fosse pubblicato”. “Uh certo come no non aspettavamo altro”. Con risposta a giro non oltre le 24 ore che farli aspettare pare brutto.

E a questo punto sorge spontanea un’altra domanda: gli editori pubblicano i loro libri perché sanno che avranno successo o buttano la monetina e corrono il rischio? Di questi tempi poi?! È il pubblico, cioè noi, a voler leggere le confessioni della D’Urso? O i consigli della Ventura? Ma la domanda delle domande: nel campo della scrittura non sono forse anche loro degli esordienti? O sono esordienti famosi per cui non valgono le stesse regole di quanti coltivano il sogno di scrivere, ed essere pubblicati, senza riuscire a farsi filare da nessuno?

Perché un esordiente, vero, non riesce ad arrivare ai grandi? Ecco, questa è una domanda che mi tortura sin dai tempi in cui lavoravo in un’agenzia letteraria – capitolo della mia vita che presto porterò fuori (eheheheeheeh magari ci scrivo sopra un libro catartico!) –, non è che arrivassero tutti capolavori, ma uno su venti, trenta, quaranta, meritava. Ma non si riusciva mai a farlo approdare oltre una certa soglia di case editrici. Le piccole, o le medie. Allora come fanno tutte queste penne prestate ad altro ad arrivarci alle grandi, gradissime? È il nome che fa il libro? Ricordate il caso della Rowling, la madre di Harry Potter, quando scrisse un noir con uno pseudonimo? Nonostante le recensioni positive nei primi mesi vendette solo un centinaio di copie. Il boom lo ebbe quando trapelò che dietro lo pseudonimo da esordiente si nascondeva proprio lei, l’autrice di Harry. Allora, ripeto: è il nome che fa un libro? O è il libro che crea il nome? O è la forza dell’editore? È forse il battage pubblicitario?

E se quei pensieri di piccole infelicità li avessi scritti io, o uno di voi, Einaudi ci avrebbe pubblicati?

Non so. Quello che so però è che l’altra sera dalla libreria in cui ero entrata triste sono uscita con il sorriso. In fin dei conti anche le nostre piccole infelicità possono atterrare su carta pregiata: basta solo trovare l’editore giusto. O diventare famosi con il canto/ballo/recito/presento/giocoacalcio e poi è l’editore che trova te. Se hai abbastanza fede da continuare a crederci.

Ma forse è meglio avere una bella voce.