Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani né mai

di Paola Bottero —

«Dovessi sapere che mio figlio è gay ne morirei. Meglio tossico, allora. Potendo decidere. Perché dalla droga si guarisce, dall’omosessualità no». Ero adolescente, la prima volta che ho rubato questa frase dalle chiacchiere tra due donne cui sono legatissima. Non ne sapevo molto di sessualità. Anzi, ne sapevo proprio nulla. Ma sapevo già che di droga si muore. E che dalla droga non si guarisce. Ne ho persi tanti di amici, stroncati dall’eroina che negli anni Ottanta prometteva libertà e la regalava. Eterna.

registro unioniRicordo questa frase con costanza. Perché la sento ancora. Perché lotto con chi la continua a pronunciare, senza comprendere l’idiozia che sta alla base di un non pensiero. Questione di tolleranza? di intolleranza? di omofobia? di paura di ciò che è diverso? o solo miopia esasperata dall’incapacità di vedere anche i diritti degli altri?
Non ho certo voglia di addentrarmi in un dibattito alto e altro. C’è chi lo fa molto meglio di me.
Ma stamattina, di fronte all’ennesima esternazione di una cecità che sembra contagiosa, non ce l’ho più fatta a starmi zitta. Non è questione di tolleranza, no. Qui si parla di capacità di discernere il comune senso delle cose. Qui si parla di diritti. Qui si parla di essere o non essere umani.

E come un rigurgito mi tornano tutte quelle immagini di amici/amiche omosessuali che hanno deciso di fingere e nascondersi per poter essere accettati dalla società. Di persone che a parole si professano aperte e “tolleranti” e poi lanciano sguardi e gridolini appena hanno un contatto diretto con chi ha deciso di sbattere in faccia al mondo la propria omosessualità. Di chi professa la propria tolleranza con frasi del tipo “per carità, non ho niente contro di loro, ma…”. Di chi va a vedere film e legge libri in cui lesbiche, gay, trans sono descritti per il loro travaglio interiore, per le loro emozioni, per la loro umanità, e non per le scelte sessuali, ma poi si ripara dietro lo scudo etero di chi è nel giusto, tollerante perché a volte entra nel recinto che la nostra società ha costruito per loro, i diversi. Paria della loro identità sessuale, mostri ben peggiori di pedofili, assassini, mafiosi.

È un rigurgito. Nulla più che un rigurgito. Ma non ho voglia di ingoiarlo ancora.
Ho bisogno di gettarlo fuori. Di urlare che i diritti sono diritti, che non esistono essere umani più giusti di altri, o cliché più giusti di altri. L’unica livella sono i sentimenti. A partire dal rispetto. Che però oggi mi viene meno, ricordando una frase di Karl Popper tratta da La società aperta e i suoi nemici (1945): Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti.

truelove