Enrico Rava: la vita è come il jazz. Ha bisogno di armonia

di Paola Bottero — 

Per caso è nato a Trieste, il 30 agosto del 1939, ma è cresciuto nella sua città, la Torino della guerra e del dopoguerra che ancora sente sua, pur non abitandoci più. Per caso si è innamorato del jazz, grazie ai dischi del fratello maggiore. Per caso ha iniziato a battere sui tasti del pianoforte della madre. Per caso era al Teatro Nuovo della sua città, quel lontano 1957, quando si lasciò rapire e incantare dalle note di Miles Davis. Non ci dormì la notte. E appena fece giorno non ebbe che un’urgenza, che diventò una volontà ferma: comprarsi una tromba.

ravaDa allora ne ha fatta tanta di strada, Enrico Rava. A sentirlo rievocare i passi che, uno dopo l’altro, l’hanno fatto diventare uno dei migliori jazzisti viventi – ma non bisogna dirglierlo: si offende e si schernisce, sicuro di dover raggiungere ancora molte mete –, dalle litigate con il padre, che lo voleva fermo a Torino nell’azienda di famiglia, alla decisione di seguire la sua strada e arrivare a Roma, con il grande maestro Gato Barbieri, e poi via verso l’Argentina, gli States, le collaborazioni con i più grandi, da Michel Petrucciani a Pat Metheny, tanto per citarne due, sembra che di vite ne abbia vissute molto più di una. Poi lo guardi in quegli occhi ancora pieni di vita e di sano stupore, con quelle labbra perennemente sotto pressione della sua tromba, e ti pare che abbia appena iniziato a calcare le scene.

Non è stato un caso se domenica sera è approdato sullo Stretto. Non era la prima volta, non sarà l’ultima. Lo ha fortemente voluto «quel pazzo di Giovanni» Laganà, ricchezza vivente di Reggio Calabria, che proprio con il duo Enrico Rava e Francesco Diodati – giovane ma molto promettente chitarrista – ha inaugurato ieri sera la settimana di Ecojazz. Ieri Giovanni lo ha portato in giro per la costa, gli ha fatto vedere i bronzi di Riace («che avevo già visto la prima volta a Firenze, ma non smettono di affascinarmi»), lo ha coccolato per tutta la giornata. Tappa finale al Teatro Siracusa, altra bomboniera della città, per il sound check e il concerto.

PB RavaL’ho incontrato in quella terra di mezzo che va dalla fine delle prove all’inizio del concerto. Nella penombra del camerino, concentrato a pulire la sua tromba.
Anzi il flicorno, strumento musicale appartenente alla più grande famiglia degli ottoni, a timbro caldo e pastoso. Me lo mostra seguendone le curve: «L’ho ripreso da poco, per ora lo preferisco alla tromba. Meno faticoso da suonare, vedi? L’aria passa più morbida». Tre cilindri. Tre tasti. E il suo fiato. Quello che trasforma ogni soffio in note irripetibili.
Sul piano sotto lo specchio, al posto delle trousse per i trucchi, un piatto di frutta. Mele e banane, la sua cena.

Racconta la sua vita in un fluire ritmato. Racconta l’armonia. Quella che si deve inseguire con la musica. E con la vita. «Perché ogni cosa è come suonare jazz. Devi imparare a sentire gli altri. Devi trovare il giusto equilibrio, senza sovrastare ma unendoti in un unicum. Se ce la fai, se raggiungi l’armonia, allora quello è jazz. Allora quella è vita». Racconta i suoi concerti. Racconta la musica. Una lezione infinita del suo amore per il genere “popolare ma colto” che parte dagli spiritual e dal blues, ma anche stizza per le forme troppo poco armoniche in cui sono degenerati alcuni stili di jazz, che riunivano migliaia di persone assonnate solo perché di moda.

Racconta i suoi viaggi. Il disappunto per non aver visto neppure un canguro, durante il tour in Australia. «E io che ci ero andato quasi solo per loro. I canguri. Li vedevo con il loro marsupio pieno, ad aspettarmi alla scaletta dell’aereo. Invece niente. Nemmeno in foto. E ora chissà se ci tornerò mai, fin laggiù».

Racconta i suoi libri. Dal primo, scritto in collaborazione con Alberto Riva, Note necessarie. Come un’autobiografia, (Minimun Fax, 2004), non si sente del tutto rappresentato. Perché gli occhi di chi racconta “il poeta della tromba” sono del giornalista, che per ovvie ragioni non ha vissuto in prima persona i tanti incontri che ne costituiscono la fabula. Ma il titolo è geniale. «Suona solo le note necessarie. Le altre cerca di non suonarle» gli aveva consigliato l’amico João Gilberto quando erano insieme a New York, negli anni Settanta.
Del secondo lo hanno disturbato i tempi di uscita, e non condivide del tutto il titolo. Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz (Feltrinelli, 2011) «fa pensare a un libro di musica. Quelli che vengono inghiottiti negli scaffali più nascosti delle librerie. Facci caso: se vuoi stare tranquillo in una libreria, è sufficiente che tu vada a sederti dove c’è il reparto dedicato alla musica. Non passa nessuno per giorni interi. Stai tranquillo tu, stanno tranquilli i libri. Ma nessuno li vede, se stanno là». E deve essere una nota stonata davvero, per lui che ha letto quattro volte la Recherche. Sette volumi, per chi non avesse avuto il coraggio di affrontare Alla ricerca del tempo perduto. E a forza di leggerlo, il tempo cercato da Marcel Proust deve averlo ritrovato anche Enrico Rava. Perché «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso» (Il tempo ritrovato).

11170336_10204163929563378_3055219458852645882_nIl mio, di tempo, è volato.

L’intervista, che presto andrà in uno speciale dedicato all’Obsession Jazz su videoTouring, ha assorbito un’ora intera. Un fluire continuo e morbido, affascinante come lui. Ottimo preludio al concerto. Ottimo preludio alla lettura che sto per fare della sua poesia in prosa. Ottimo preludio di queste giornate per cui non potrò mai ringraziare abbastanza Giovanni Laganà, che questa sera torna al teatro Siracusa per l’omaggio a Mimmo Martino: Aida Temerario che reinterpreta le canzoni dei Mattanza, con le note di Giampiero Locatelli al piano e Carmine Ionna all’accordion.

Ci sarò anche stasera, mentre Enrico Rava vola verso Cracovia.