I #migranti si raccontano a Torino. Dal Nordafrica a Ventimiglia #WorldRefugeeDay

di Josephine Condemi — 

Rifugiato: persona “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”

                                         [Articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati]

One way. I rifugiati sono costretti a lasciare e non possono tornare. Dal 2000 l’Onu dedica loro una giornata per ricordare e informare. Ma i rifugiati non sono morti. Ci piace però dipingerli diversamente vivi. Fantasmi. Secondo l’ultimo rapporto Unhcr, nel 2014 hanno lasciato forzatamente il proprio paese 59,5 milioni di persone. Spesso migranti irregolari, altrimenti detti clandestini, senza validi documenti di viaggio. «Di questi, analizzando i flussi della loro totalità così come presentati dal documento Unhcr, l’86% va nei paesi in via di sviluppo, non in Europa» ci tiene a precisare Berthin Nzonza «È fuorviante parlare di invasione, chiediamoci invece perché succede e scegliamo da che parte stare»: l’associazione che presiede, “Mosaico”, da un mese è uno dei tre membri italiani del Consiglio Europeo per i Rifugiati. Oltre al Consiglio Italiano per i rifugiati, istituito su input Onu, completa il terzetto l’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Due delle tre associazioni si sono trovate il 20 giugno a S. Salvario, quartiere di Torino: l’incontro organizzato alla casa del quartiere è diventata l’occasione per scoprirne di più sul labirinto di termini e leggi che regolano la vita di chi arriva in Italia ed in Europa.

L’iter procedurale

Com’è che un migrante diventa rifugiato? Si comincia dalla domanda in prefettura, seguita dall’appuntamento per il C3, il modulo per la protezione internazionale, in cui oltre alle generalità si raccolgono la storia e i motivi di abbandono del paese d’origine, con un’intervista che, afferma un dipendente durante l’incontro, spesso non avviene, per usare un eufemismo, in condizioni ottimali: magari in ex-archivio, con un sacco di confusione e poca privacy. Dopo aver compilato il C3, si diventa un richiedente asilo, ed è possibile andare in questura per il permesso di soggiorno ed essere convocato per un appuntamento dalla commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e quindi dell’asilo politico. Per l’appuntamento con la commissione ad oggi passano due anni. Forse perché di commissioni ne esistevano solo dieci in tutta Italia, a fronte di un flusso di transito di almeno 150.000 persone.
«Stanno cercando di potenziarle, ne hanno aperte altre, compresa una a Genova» ci dice Yagoub Kibeida, in Italia dal 2006 e tra i cofondatori di Mosaico. Nei due anni di attesa, o sei dentro un Sprar o fai da te. Dopo il colloquio con la commissione, si ottiene o lo status pieno di rifugiato, quindi un permesso di soggiorno di 5 anni con protezione internazionale e possibilità di ricongiungimento familiare; oppure si diventa beneficiari di protezione sussidiaria, senza asilo politico. «Per richiedere in seguito la cittadinanza italiana, occorrono cinque anni di residenza continuativa e un reddito di tre anni se rifugiato; dieci anni di residenza continuativa e richiesta di certificato di nascita e fedina penale dal paese di origine se beneficiario» continua Kibeida. «Ma se una persona è scappata dal proprio paese e non può tornare indietro è un po’ difficile vada a chiedere il certificato di nascita».

Il Regolamento di Dublino

È il regolamento istituito nel 2003 sul diritto di asilo nell’Unione Europea. Per impedire che si facesse richiesta di asilo in più di uno stato membro, impone che l’iter venga effettuato nel paese di ingresso/arrivo, nonché che si identifichino le persone in una banca dati comunitaria con foto segnalamento sistematico. Un foto segnalamento che gli stati d’ingresso spesso non effettuano. L’irrigidimento dei rapporti alla frontiera Italia-Francia (ultimo il caso Ventimiglia) è verosimilmente dovuto anche a questa variabile. L’Ecre, afferma Kibeida, si sta battendo per «il riconoscimento dell’asilo politico in tutta Europa, cosicché una persona si possa spostare; il sostegno ai paesi confinanti con la ridistribuzione delle quote dei richiedenti asilo; il ricongiungimento familiare esteso».

L’Agenda Europea sulla migrazione

È il piano che nel maggio 2015 l’unione europea ha redatto a seguito della tragedia del canale di Sicilia. Si basa sui concetti di resettlement, ovvero reinsediamento e prevenzione del viaggio, per consentire di fare il visto di ingresso direttamente dal paese di origine (circa 20.000 persone da distribuire fino al 2020) e relocation, cioè, in virtù del trattato di assistenza tra paesi membri Ue, trasferimento altrove da Italia e Grecia dei richiedenti asilo e dei rifugiati (particolarmente siriani ed eritrei, per un totale di 40.000 unità).
«Un piano nella giusta direzione ma numericamente quasi insignificante» afferma Maurizio Veglio dell’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Ma già su questi numeri gli stati membri si scontrano.

Dall’altra parte del mare

Questo 20 giugno è stata anche l’occasione per conoscere il progetto “Generazioni Perdute”, finanziato dall’8 per Mille alla chiesa valdese. Garnaoui Wael è uno psicologo tunisino che con altri colleghi, per tre mesi, ha cercato di accompagnare in un percorso di cura venti persone che hanno avuto nel nucleo familiare un figlio sbarcato in Italia e di cui si sono perse le tracce. «Queste famiglie sono eclaté, scoppiate, perché sostengono di avere visto i propri figli al tg, quindi sbarcati, li hanno riconosciuti oppure li hanno sentiti al telefono quando sono arrivati, prima di sparire» afferma Wael. «Il figlio è diventato una specie di spazio latente, un lutto bloccato che non fa progredire il benessere mentale. Queste famiglie chiedono verità ai governi, sia tunisino che italiano. Vogliono avere un certificato, qualcosa di legale per procedere con la cerimonia di lutto, o sapere se i loro figli sono in prigione, in fondo al mare, o cosa».