Anna Maria Scarfò, la Gramigna depurativa per distruggere la cultura del silenzio

di Paola Bottero — 

Mi ci è voluta una settimana per metabolizzare. E certamente mi occorrerebbe molto più tempo. Ma la postproduzione della prossima puntata di #CALABRIAoltre la notizia, che andrà in onda giovedì sera su VideoTouring 655, mi ha costretta ad accelerare i tempi emotivi e lavorare di logica. “C’è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l’intelletto” scriveva Gilbert Keith Chesterton più di un secolo fa. Lo scriveva nella raccolta di saggi che ha un titolo non casuale: L’imputato. Sottotitolo: In difesa di ciò che c’è di bello nel brutto del mondo.
Una strada che non si ferma al cuore. Prosegue verso il basso, nelle viscere. Le stringe come una morsa. Una strada con la stessa forza infestante di quella Gramigna che ti entra dentro. Un’erba cattiva, marcia, detestata dai contadini per quel suo proliferare velocemente rovinando le colture. Un’erba che gode di notevoli proprietà depurative, descritte già da Plinio e Dioscoride. Compiendo un’operazione urgente: il suo rizoma può distruggere non le colture, ma la cultura. Quella del silenzio, quella dell’omertà. Quella che soffoca ogni tipo di libertà. Quella che cerca di distruggere il bello che c’è nel brutto del mondo.

un momento dello spettacolo (ph. Aldo Valenti)
un momento dello spettacolo (ph. Aldo Valenti)

Gramigna. Titolo azzeccatissimo della pièce teatrale di Santo Nicito che va oltre l’inferno di Anna Maria Scarfò, e abbraccia tutti gli inferni dai quali si può uscire depurate, immacolate. Libere.
San Martino, piccola frazione di Taurianova. Un piccolo luogo della vasta Piana di Gioia Tauro che potrebbe essere mille altri luoghi. È il 1999. Anna Maria ha 13 anni. La chiamano la bambolina, in paese. C’è un ragazzino che le piace. Capita, nell’adolescenza: si vede tutto rosa, anche i punti sulle i hanno la forma dei cuoricini. Il ragazzo, l’esca del branco, la avvicina. Le dice che la ama, che la vuole sposare. Lei si fida di lui. Lui la porta diritta all’inferno. Un viaggio di sola andata. Un viaggio lungo tre anni.
Tredici anni sono pochissimi. E tre sono infiniti. Rabbia e impotenza si mescolano ancora. Lo fanno troppo spesso, in questa terra. Lo fanno ancora di più da quando, il 15 settembre 2002, Anna Maria ha deciso di denunciare i suoi stupratori. Sono storie che ci devono appartenere. Che dobbiamo fare nostre. Che dobbiamo raccontare e raccontare, per non dimenticare mai. Conoscere e riconoscere, l’unica direzione possibile.

Gramigna non è solo la storia di Anna Maria. Non è solo un atto di amore per riconoscere la forza di una vittima che è riuscita a venire via dal suo inferno. Per amore. Tre anni interminabili di minacce e paura, in cui le viene rubata anche la forza di trovare il coraggio di uscire dall’inferno, dove il branco aumenta nel numero e nelle pretese. Tre anni che si dissolvono con il suo inferno quando scatta l’amore più puro. Quello che Anna Maria non ha saputo trovare per sé lo trova per la sorella minore. Il branco vuole anche lei. È troppo. Dove non ha avuto sufficiente forza l’amore per se stessa, è arrivato a salvarla l’amore per la sorellina, che i suoi aguzzini volevano spingere accanto a lei nell’inferno. Gramigna è un grido collettivo. Un grido che ha la forza delle due splendide attrici, Cristina Merenda e Angela Iericitano. E il volto di Anna Maria.

Gramigna è una bomba a orologeria che ti scoppia dentro. E ti fa sentire così piccola, davanti a una persona così grande. Anna Maria ha quasi 30 anni, adesso. E non ha solo voglia di vivere. Ha voglia di contagiare, come la gramigna, tutte le donne che come lei non riescono a uscire dall’inferno. Lei ce l’ha fatta. Con fatica. A piccoli passi. Libera e fragile. Ma fortissima.

Il suo sorriso, la sua voglia di vita sono la migliore risposta al branco. E non c’è da riflettere. Non c’è da cercare spiegazioni. C’è solo da starle accanto, come fanno tante persone (prime fra tutte le donne di Collettiva AutonoMIA) che hanno avuto il privilegio di conoscerla e farsi contagiare dalla sua forza e dalla sua purezza. E c’è da imparare. Aiutandola ad aiutarci.
Perché questo vuole, Anna Maria Scarfò: raccontare il suo inferno, ora che non le fa più così male, non solo per relegarlo al passato, ma anche per aiutare chi è dentro lo stesso inferno a capire che se ne può uscire. Che non è un biglietto di sola andata, quello che spinge troppe donne nella spirale della violenza. Si può uscire. Ci si può liberare.
Ce lo ha detto anche Pascal, più di trecento anni fa: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Ma a noi non serve conoscere le ragioni. A noi serve non smettere mai di ascoltare il cuore.