I beni comuni di Michela Murgia: da Chieri a Reggio Calabria passando per Cabras

di Josephine Condemi — 

Chi ti sperdisti a pipa? In certi luoghi non ci vai: sono lontani, remoti, pericolosi. Isole? Michela Murgia sceglie di aprire la lectio al Festival dei Beni Comuni parlando di S. Elia di Cabras, «uno di quei quartieri progettati e costruiti come recinti impenetrabili, in cui è facile percepirsi altro, in cui chi ci abita dice: “Vado a Cabras” ma tecnicamente ci è già». Autonomia e sconfinamento sono due termini che si alternano spesso, nel cortile di Chieri, come se darsi la legge e varcare la soglia fossero atti consequenziali. «Ripensare il confine come il luogo d’approdo, il luogo dove si finisce insieme» dice questa donna che ora è di fronte a me, in un caffè di Torino, la città in cui sta terminando il prossimo romanzo.

michela-murgiaL’organizzazione degli spazi progetta le relazioni: ma questi spazi “periferici” è possibile rigenerarli?

La forma degli spazi ne determina la natura: un labirinto è un labirinto, sia che ci pianti fiori sia che ci abbandoni bambini come nel mito del Minotauro. L’urbanistica popolare viene oggi ripensata con grande attenzione, ma quella che c’è continua a generare disagio, è un’architettura “patogena”: quello che accade lì dentro è malato perché accade lì, non perché lì dentro ci siano cose malate. Se cresci in un quartiere ghetto, è facile abituarsi all’angoscia. Si può pensare di emigrare, ma gli edifici rimangono lì e formano la tua immagine del mondo. Chi nasce in un luogo come quello se lo porta appresso per tutta la vita.

E a lei cosa ha portato essere nata a Cabras, in Sardegna?

Limiti e possibilità: limiti, perché pensare il mondo in dimensione più grande ha richiesto una forte disciplina personale; possibilità, perché chiaramente in un mondo come quello le relazioni personali sono la principale infrastruttura, quindi un modo di fare che una volta appreso non dimentichi più, anche se vivi in una grande città.

Se sconfinare è ripensare il confine, le periferie, proprio perché percepite “al limite”, possono avere una marcia in più in questo processo?

È curioso, perché lei viene da Reggio Calabria, io dalla Sardegna, e siamo entrambe abituate a pensarle come piccoli mondi che hanno al loro interno centri e periferie. In realtà, dal punto di vista italiano sia io che lei veniamo dalle periferie. Dipende sempre a chi permetti di decidere dov’è il centro. E chi decide dov’è il centro? Chi possiede le storie. Chi può orientare una narrazione collettiva. Attraverso le storie tu fai credere a qualcuno di essere nato: o dove succede tutto, nel cuore pulsante di una città, oppure in un posto dove qualunque cosa stia succedendo di interessante nel mondo non sta succedendo lì. E questo lo noto proprio nei ragazzi del sud o delle isole, che mi dicono: “Me ne devo andare perché qui non c’è niente”. Come non c’è niente? Ci sei tu. Chi ti ha fatto credere che qui non c’è niente? La prima idea del confine non è geografica-territoriale, è mentale, individuale, esistenziale, se vogliamo. Chi ha la responsabilità delle narrazioni collettive ha quella di invertirle quando queste storie generano emarginazione nella testa delle persone.

Lei scrive che “Ci sono delle storie che ci hanno dato cittadinanza nostro malgrado”… Quali sono le costruzioni più pericolose che ci siamo dati e/o che ci hanno dato?

La dicotomia noi/loro. Far credere che noi siamo un dentro, detentori di valori culturali superiori, cosicché all’esterno ci siano gli estranei, portatori di disvalori. Ci sono politici che hanno costruito la loro fortuna alimentando questa paura. Il concetto di sconfinamento è un invito a considerare il confine permeabile, così da esserne attraversati, altrimenti presto o tardi anche il tuo vicino di casa diventerà il tuo nemico. Poi, dipende anche dalla caratterizzazione che dai al noi. In Sardegna viviamo il bipolarismo comunitario: da un lato, siamo i migliori, ovvero i nostri dolci sono i più buoni, come cuciniamo il pesce noi nessuno mai, le nostre spiagge e nostre donne sono le più belle. Dall’altro lato di questa narrazione collettiva ci diciamo che: non siamo capaci, non sappiamo governarci, non siamo imprenditori, non siamo cooperativi come voi perché siamo invidiosi, gelosi, non siamo come il Veneto, la Lombardia. Assisti quindi ad una comunità che sembra avere un’idea di sé esaltante ed esaltata: in realtà è una maschera per nascondere una fragilità molto forte. Tutti i popoli che sono stati depredati da un lato dicono: “Se non fossi stato depredato sarei il re del mondo”, dall’altro “Quanto stupido devo essere stato per essermi fatto depredare?” Riguarda tutti i paesi che hanno avuto una colonizzazione trascorsa, recente o anche presente: il sud, le isole… chi ha avuto un padrone. Il padrone se ne può anche andare, i servi restano.

“Il tentativo di trasformare le persone in vittime permanenti, a prescindere dalle circostanze, di vittimizzarle, preclude la facoltà di riscatto”. In questo senso, ritiene che la questione meridionale e femminile siano legate?

Non credo sia applicabile lo stesso schema. La vittimizzazione è l’accusa che si rivolge ai popoli e poi li si finanzia con gli interventi “speciali”. Se l’unico modo di ottenere risorse è piangere miseria, chi te lo fa fare a rimboccarti le maniche? Non credo però sia possibile fare un parallelo con la questione femminile perché quest’ultimo è un tipo di oppressione personale, che riguarda la dignità di genere umano. Inserirlo in un macrosistema richiederebbe un’analisi sociologica di un altro tipo, che non sono preparata a fare.

In Ave Mary tratta del “S’incontru” (in Calabria abbiamo l’Affruntata) come esempio di tradizione popolare estranea ai Vangeli ma dal forte valore sociale…

Il Cristianesimo è la fede nella resurrezione, non nella croce: per 400 anni ce lo siamo dimenticato e questo ha creato un dolorismo, una teologia del dolore che non è l’annuncio. La Mater Dolorosa è la donna funzionale al dolore dell’altro, una presenza femminile giustificata soltanto dentro l’assenza di un altro. Questa rappresentazione ha inciso tantissimo: basti pensare a quanto sconveniente fosse visto, e talvolta viene visto ancora, per una donna, risposarsi una volta rimasta vedova: la profondità della donna viene/veniva misurata dalla profondità del suo dolore. L’uomo invece, in quanto “incapace” di badare a se stesso, se non vuole abbrutirsi, viene quasi incoraggiato a riposarsi. Se lo fa la donna, viene giudicata superficiale. Un altro fenomeno è il mammismo, cioè il fatto che ogni madre venga percepita come una vedova in pectore: tuo marito può anche vivere cent’anni, ma i figli se ne andranno. Quello che per i figli è crescita, per la madre è abbandono. Donarsi ai figli fino a svenarsi, ovvero l’oblazione, il sacrificio di sé, è un modo per dire: “Guarda quanto ho sofferto, non penserai mica di dimenticartelo?” Io ostendo la profondità dell’abisso del mio sacrificio per te cosicché tu mi metta al primo posto. La mamma è sempre la mamma, perché ha sofferto troppo, si è sacrificata: un meccanismo funzionale ad una società patriarcale che, avendo la possibilità straordinaria di usare l’arma spirituale per affermare i suoi stessi concetti, mette in ginocchio la religione. A te, cristiano, chi te lo fa fare a farti perseguitare per difendere le donne?

Il fronte si è spostato sul riconoscimento dei diritti degli omosessuali?

Sono battaglie uguali e diverse. Da un lato, riconoscere la distinzione tra sesso e genere serve anche alle donne, perché significa ammettere che il genere è una costruzione sociale e non un destino: io nasco con un corpo femminile ma essere donna è una condizione culturale, che grazie a Dio cambia, altrimenti oggi lei non saprebbe scrivere e io non saprei leggere. Una cosa è il sesso, una cosa è la costruzione sociale sopra il sesso. Nessuno mischia i dati oggettivi. Ma com’è che dopo 30 anni, ad esempio, io prendo il 17% in meno di stipendio? In questa disuguaglianza c’entra la costruzione sociale del genere. Posto che per me lottare perché qualcuno possa sposarsi è una resa alle condizioni del tempo, e che, se potessi decidere, nessuno sarebbe costretto a sposarsi per accedere ai diritti, ritengo che la battaglia per il riconoscimento matrimoniale sia rassicurante: i gay stanno domandando la normalizzazione e questo va in direzione conservatrice, verso il mito borghese. Al contrario, la lotta femminile tende a dire: “io in quella nicchia non ci sto”. Quello che domandano gli omosessuali e gli eterosessuali che lottano con loro è una legge civile, nessuno chiede di cambiare la concezione sacramentale del matrimonio. Io spero che i Lgbt lotteranno a fianco delle donne e che non si dimentichino che le donne hanno difeso i loro diritti. Non è così scontato. I conservatori, una volta ottenuti i diritti, saranno capaci di lottare a fianco delle progressiste? La mia idea della donna non è quella di Dolce e Gabbana, materna e accogliente. Da credente, non ho la presunzione di dire che io sono secondo il piano di Dio e tu no, che sono perfetto e desiderato e tu un disordine oggettivo. A me non danneggia ci sia l’aborto: non me ne servirei, da credente, ma ci deve essere, perché nessuno sia condannato nelle proprie scelte sulla base della mia fede. Sei contrario? Nessuno obbliga te a cambiare scelte, tu non obbligare a cambiare le loro, però.

Eppure, in Ave Mary lei il problema teologico del matrimonio lo solleva eccome…

Il problema teologico è storico, non dogmatico. Il matrimonio nei Vangeli non esiste. Per molto tempo, ha retto l’idea greca di separazione corpo/anima e terra/spirito: il matrimonio non è stato individuato come area sacramentale perché non potevi dedicarti al desiderio di Dio se eri pervaso dal desiderio di tuo marito o di tua moglie. In realtà, etimologicamente la parola desiderio è de-siderium, senza stelle: non vedere il firmamento è la condizione del marinaio che naviga senza orientamento, dell’aruspice che deve prevedere il futuro… è la condizione naturale dell’uomo di fede, che non vede il cielo ma lo cerca continuamente. Chi sperimenta la condizione del desiderio, anche dentro le relazioni, sperimenta l’ombra del desiderio di Dio. Teologicamente, questo concetto non è passato, perché la teologia la fanno gli uomini e non le donne…

Quanto dista lo spazio “orizzontale e plurale” che lei auspica nel dibattito pubblico?

Nella Chiesa di sicuro è lontano: a parte poche cellule di resistenza, non esiste un dibattito che consenta di trasformare la consapevolezza di pochi nel punto critico di cambiamento. Dal punto di vista sociale è ancora peggio: sono spariti tutti gli spazi in cui il dibattito pubblico si poteva svolgere. I nuovi partiti sono leaderistici, a chi interessa il dibattito dal basso? Gli unici posti rimasti, strano a dirsi, sono i festival letterari e tematici: lì quello che succede è surreale, perché le persone che vengono ad ascoltarti ti pongono domande oltre le tue competenze. Io scrivo, saggi e romanzi. Non c’è un luogo, in cui queste domande politiche possano essere poste? È chiaro che gli scrittori non debbano dare risposte, ma hanno la responsabilità di mantenere aperto lo spazio in cui devono essere fatte queste domande. Mi danno speranza i comitati di resistenza territoriale contro le varie decisioni amministrative, i cosiddetti comitati del no: cosa sono se non il tentativo di rivendicare spazi politici autogestiti? Si comincia dall’opposizione, ma quando passano gli anni, diventano laboratorio politico, non più luogo di guerriglia. Penso che vedremo nascere dai comitati civici cose impensate.