Cara, piccola, immensa Adele, contagiaci con la tua bellezza

di Paola Bottero — 

foto di Manuela Fabbri
foto di Manuela Fabbri

Delicata e forte. Dolce e dura. Aperta e rigida. Disponibile e ferma. Indulgente e intollerante. Austera e civettuola. Piccola e immensa.
In Adele anche i contrari danzavano tra di loro, confondendosi in quell’azzurro dei suoi occhi che profumavano di mare e brillavano appena si trovava, fisicamente o anche solo con il pensiero, nella sua Reggio. La donna più equilibrata che ho avuto l’onore di conoscere. Il suo era un equilibrio costruito sulla vita (tanta, piena, vissuta e regalata) e sui valori che facevano parte di lei. Il suo era l’equilibrio di chi sa, ma continua a cercare. Di chi guarda, ascolta, scruta. Di chi ha sete di conoscenza e di giustizia. Di chi non ha paura di schierasi, anche quando farlo è “sconveniente”. Anzi, soprattutto quando lo è.

Non sono iniziati ieri i rimescolamenti dei tanti, splendidi ricordi di Adele Cambria. Immagini che si accavallano ad immagini da parecchi mesi. La sua voce sempre divertita e birichina che lasciava spazio ad una voce stanca, nel tentativo di nascondere la sofferenza. La condivisione con qualcuno dei comuni amici sulle sue condizioni di salute. La voglia di andarla a trovare ancora, il suo “ora non ce la faccio, vediamoci appena mi rimetto”. Adele non stava bene. E anche noi stavamo molto peggio, in attesa di quell’appena.

Adele Cambria

Aspettarsi che succedesse qualcosa, chinare gli occhi quando il suo nome ripetuto tra noi evocava il turbinìo di immagini e di bellezza di cui era portatrice sana, non significava essere pronti al distacco. Perché è vero che Adele non stava bene. È vero che aveva 84 anni. Ma aveva il cuore, la forza e il coraggio di una ventenne.

Quando parlava, quando si raccontava, quando ti riportava agli anni della lotta, lo faceva con una tale energia da prenderti per mano e catapultarti là, in quel periodo in cui tante cose sono successe, anche e soprattutto grazie a lei. L’ho sempre vista con quella luce e con quella forza, addosso e dentro. Non mi sono mai voluta fermare a un dato anagrafico che ogni cosa intorno a lei negava con forza. Forse per questo ieri mattina è stata una mattina buia. Nera. E lo saranno molte altre mattine, ormai.

tabularasa 2014 pregiudizioDa qualche tempo le immagini più ricorrenti si univano indissolubilmente all’estate 2014, quel venerdì 18 luglio in cui ancora grandissima, ancora piena di forza e di voglia di urlare, Adele si è seduta al centro di una serata di Tabularasa. Avevamo unito i pregiudizi: quelli di Marchiati e della calabrofobia raccontati da Alessandro Russo, Giovanna Casadio, Nicola Fiorita, e quelli dell’omofobia, proprio la serata precedente alla prima marcia dell’orgoglio gay in Calabria, organizzata da Lucio Dattola e anticipata da Vanni Piccolo e Porpora Marcasciano. Eravamo tanti, su quel palco. Con una presenza che ben poteva urlare la propria rabbia contro i pregiudizi. Una presenza che è assenza, proprio come quella di Adele oggi: Mimmo Martino, che martedì prossimo, 10 novembre, avrebbe compiuto 60 anni. Prima di salire e stringerci sui divani avevamo cenato insieme. Incrociando esperienze. Orgogliosi di poter far incontrare anche di persona chi si seguiva da sempre. Incroci possibili, sullo Stretto.

La foto di Adele che ha girato ieri sui media nazionali era proprio una delle tante istantanee di quella serata. E dire io c’ero non aiuta a riempire il vuoto. Pensare al tanto che mi ha lasciato questa piccola, grandissima donna, non basta a fermare la voragine. Come con Mimmo, cerco ancora la sua voce. Rincorro le telefonate lunghissime in cui si accorciavano le distanze.

paola-adele 2011Penso alle tante confidenze, ai tanti incoraggiamenti, alle tante condivisioni. Ai suoi occhi bagnati quando ha tenuto a battesimo, a Roma, bianco come la vaniglia, accarenzando continuamente la cover e Francesco. Alla gioia con cui mi ha parlato di Saverio Pazzano, “giovane ragazzo a modo, grande scrittore del nostro tempo”. Al suo sorriso che non mancava mai, neppure sulla terrazza dove ha festeggiato i suoi anta agostiani. Ai progetti, ai suggerimenti, ai racconti che sapevano di cinema, di arte, di grandezza. A quelle mani mai ferme, sempre intente a giocare con le stanghette degli occhiali, con la collana, con il ricciolo che non seguiva i suoi ordini.

Eri tanto, tantissimo, Adele. Lo sei stata per una società intera. Per la lotta femminista. Per le battaglie a favore dei più deboli. Per la tua intrapendenza giornalistica. Per la consapevolezza che la giustizia è un moto comune d’anima, a cui si deve credere e per cui non si deve mai smettere di lottare. Per la poesia delle tue parole e dei tuoi pensieri, per i tuoi libri e i tuoi scritti, per i tuoi insegnamenti, per la ricchezza profonda che hai lasciato in ciascuno di noi. I tuoi genitori dovevano aver riconosciuto la tua ricchezza fin dal primo vagito, scegliendo per te un nome che solo per difetto riesce a racchiudere la tua nobiltà d’animo, di modi, di valori.
Ci mancherai tu, ci mancherà la tua nobiltà, ci mancherà la tua grandezza in punta di piedi. Chissà se riusciremo a fare tesoro del tanto che ci hai regalato. Chissà se davvero si può trasformare l’assenza in bellezza, rimanendone contagiati.