Stasera su Rai1 la storia che continua a bruciarci dentro: Lea

di Paola Bottero — 

Marco Tullio Giordana
Marco Tullio Giordana

Quindici anni fa ci ha fatto conoscere Peppino Impastato, consegnandolo alla memoria con I cento passi. Poi ha consegnato a un’altra storia, quella del cinema, La meglio gioventù. E tanti altri film eccellenti. Ora Marco Tullio Giordana racconta nuovamente le mafie concentrandosi su una storia che brucia ancora dentro ciascuno. Una storia assurda, mal digerita, che vorremmo dimenticare per quanto è cruenta. Ma che invece va raccontata e raccontata, per comprendere nelle scelte di Lea Garofalo, che il 24 novembre 2009 è andata a Monza per affrontare una morte quasi certa, quanto valga la libertà. Lea. La donna che noi giornalisti abbiamo depredato pure del nome, definendola per anni “la donna sciolta nell’acido”, non potendo immaginare la sua fine, ancora peggiore. Uccisa, fatta a pezzi, bruciata. Come per cancellare l’ignominia di aver deciso di ribellarsi alla ‘ndrangheta, alle regole non scritte del compagno Carlo Cosco, per amore della figlia Denise.

una scena del film
una scena del film

Non ho ancora visto il tv movie girato tra gennaio e marzo di quest’anno per Rai fiction, presentato in anteprima nei giorni scorsi al RomaFictionFest. Ma stasera sarò incollata su Rai 1. Non potrei essere in alcun altro luogo.
«Vorrei vedere il film con Denise» ha dichiarato il regista Marco Tullio Giordana alla presentazione di Roma. Ed ha proseguito: «Mi hanno detto che ha visto I Cento Passi e che sua madre vedendolo le aveva detto: “Io farò questa fine”. So che a Denise ha fatto piacere che dietro il film su sua madre ci sia quello stesso regista».
Sono convinta che ciascuno di noi, accendendo la tv stasera, lo guarderà con gli occhi di Denise. Perché riappropriarsi della storia di Lea è un imperativo categorico.

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Personalmente aggiungo alle emozioni certe per la storia di Denise e Lea, interpretate da Linda Caridi e Vanessa Scalera, quelle di vedere all’opera un’altra ricchezza di Calabria: un ventinovenne del Gebbione, quartiere reggino che tanti talenti ha sfornato e continua a sfornare, scelto per interpretare la parte più difficile. Carlo Cosco. Un padre. Un compagno. Un boss della ‘ndrangheta. Un assassino.

Alessio Praticò
Alessio Praticò

Alessio Praticò è un sole di Calabria.
Bello, pulito, puro. Ti guarda con occhi pieni di luce. Lo riconoscono in pochi, per strada. È uno dei tanti giovani che girano per la città con il naso all’aria, per fare incetta degli odori di un mare che a Genova, città dove vive ormai da anni, ha ben altri colori. Ben altra profondità. A Genova il mare lo devi cercare. A Reggio è ovunque, anche dove non lo vedi. E forse è questo mare così raccolto e così profondo, che anche oggi brilla sotto il sole, ad essere entrato in lui e nei tanti giovani talenti che non perdono il contatto con la realtà, con la voglia di uscire con gli amici, con la certezza che si debba continuare ad essere quello che si è: persone e non personaggi.
Attore di teatro, attore di cinema, regista di corti (nei giorni scorsi è stato presentato al PentedattiloFilmFest il suo Sradicati, 15 minuti dedicati a Raghudi): poliedrico e intenso, questo bel figlio di Reggio.
Entrare in un personaggio così lontano da lui deve essere stata una prova dura quanto gratificante. E catartica. Per comprendere ragioni che non riusciamo a comprendere, ancora più in questo novembre in cui diventa sempre più difficile distinguere le cose. Capire i confini tra bianchi e neri. E decidere da che parte stare. Perché anche questo, ormai, è diventato un imperativo categorico.