Reggio, il pubblico «più bizzarro» di tutto il Naif Tour. Parola di Malika

di Paola Bottero — 

«Sei bellissima». «Grazie tesoro». Sorridente e spontanea. Intrattenitrice piccante e ammiccante quando ha improvvisato il primo cambio d’abito direttamente dal palco, rimanendo in slip tra le luci che sparavano ovunque. Finta adombrata quando ha spiegato al ragazzo che si è messo davanti alla platea per scattarsi un selfie con la ribalta di sfondo quale fosse il suo profilo migliore: «Così non va, tesoro. Hai preso il mio lato peggiore. E poi come la mettiamo quando tutti vedono la foto? Che figura mi fai fare?». Provocatrice quando ha iniziato il suo dialogo con il pubblico: «Facciamo così. Io vi prometto che farò di tutto per farvi divertire, per farvi passare una bella serata. Ma voi mi promettete che domani mattina andate da chi di dovere e corrompete tutti purché io possa tornare ancora qui ad esibirmi in questo splendido teatro». Eclettica quando ha tenuto alla grande i passi del suo ottimo corpo (corpi: 4. E che corpi!) di ballo. Spiritosa quando ha tirato fuori la ruota simulando una compartecipazione alle scelte dei brani “antichi”. Autoironica nel chiedere scusa, a modo suo, del repertorio degli anni passati e rispolverando le note di sei anni fa, quando già si era esibita a Reggio. Sei anni fa e dintorni. Esempi pratici. La prima cosa bella: «Chi non ha limonato con questa canzone»; «Adesso facciamo un bel pullman da loggione fino qui e rifacciamo tutto come in gita»; «Voi ridete ma grazie a questa canzone sono nati tanti bambini». Intelligente quando ha abbandonato subito la “ruota delle incomprese”, limitandosi ad un solo brano del repertorio. Eccellente quando ha tirato fuori la sua voce accompagnata solo dallo xilofono (la canzone era Cambierà, una delle poche che è nelle mie corde, e l’ha fatta in modo strepitoso) o dal contrabbasso (prima metà di Un incontro occasionale). Versatile in mezzo a luci e colori che arrivavano da ogni dove, attraversavano la platea, cambiavano intensità e forma, disegnavano il suo profilo o un cielo stellato, si concentravano sui pochi elementi di altissimo impatto scenico presenti sul palco.

Quello di Malika Ayane al Cilea di Reggio non è stato un concerto. Non è stato neppure un Naif Tour: è stato un vero e proprio spettacolo, partito con l’artista incapucciata che ha attraversato la platea ballando dentro un abito da folletto pieno di neri, di verdi e di aranci, per poi raggiungere la ribalta attraverso la scala sistemata nella fossa destinata all’orchestra. I suoi musicisti, egregi, li aveva sul palco. I ballerini sono entrati con lei in platea e appena toccato il parquet hanno iniziato a spogliarla, pezzo dopo pezzo. Primo cambio d’abito. Altri tre per arrivare alla fine, ma stavolta dietro le quinte, o comunque fuori dalle luci della ribalta.

Un teatro incapace di contenere il pubblico, una platea colma all’inverosimile, con un centinaio di persone in piedi. Le luci che andavano a illuminare i palchetti, i touch screen degli smart phone puntati verso di lei forse per catturare qualche istantanea, forse per profittare dello zoom e vederla meglio, forse per simulare il vecchio effetto della mia adolescenza – accendini in lento movimento ondoso fino a quando teneva il gas e il braccio. Forse, semplicemente, perché oggi è sempre più difficile godersi uno spettacolo senza documentarlo tutto, scatto dopo scatto. E anche selfie: ho notato più di una coppia interrompere il loro effluvio amoroso per girare gli occhi verso l’uscita e scattarsi selfie con il palco come panorama.

Non sono abituata a questo genere di concerti. Né come tipo di musica, né come repertorio, né come location. Come foglie (l’ultima canzone da scaletta). Non so cosa succeda nel resto d’Italia e del mondo. Ma ho osservato con curiosità ogni attimo, fino al bis prima delle luci in sala. E sì, deve proprio aver ragione lei, l’affascinante Malika, che ha empatia e capacità di tenere una serata quasi superiori alla voce. E sulla voce nessuno può discutere: è eccellente, lo sarebbe anche se dovesse cantare l’elenco del telefono. Deve avere ragione lei, questa splendida italo-marocchina che incita a corrompere per riportare la bellezza sullo Stretto: «Siete la platea, le curve e il loggione più bizzarri di tutto il tour. Grazie Reggio, mi hai fatto sognare». Bizzarra Reggio. Nel senso più gioioso e luminoso possibile. Bizzarro pubblico salutato con l’unica canzone possibile: Domani.