Faceboom, il vero nemico non è fuori dall’uomo

di Francesco Villari —

Si chiama FACEBOOM, ma potrebbe intitolarsi I NUOVI MOSTRI, come il sequel di quel capolavoro del grottesco cinematografico che consacrò il genio di Dino Risi. Una serie di racconti concatenati con una tecnica sorprendente, FACEBOOM di Paola Bottero: parte da uno spaccato di ordinaria miseria umana all’ombra dei social network, poi raccoglie l’input da un personaggio marginale, giusto accennato, e costruisce così il racconto successivo, fino a comporre un’architettura narrativa univoca eppure autosufficiente, come a rivendicare l’autonomia del singolo racconto sulla simmetria amplificata del romanzo. Di mostri si tratta, come accennavo, mostri creati dalla modernità, in egual misura vittime e carnefici, storie di uomini e donne che vivono attraverso la lente del nuovo grande fratello, ma non ci si inganni pensando che Facebook sia l’occulto protagonista delle loro vite e di questo libro. Al contrario i “social” sono una presenza discreta, laterale, talvolta perfino marginale. Non è lì che Bottero mette l’accento. Ed è per questo che fa maggiormente impressione. Perché si coglie inequivocabilmente la pervasività agghiacciante con cui influenzano le nostre vite anche laddove non ne occupano che spazi minimi.

faceboom2Raramente i protagonisti di FACEBOOM sono “like-victim”, animali da pc che hanno sostituito la propria esistenza con un simulacro virtuale: sarebbe stato troppo facile e forse abbastanza scontato. Bottero non punta il dito sulla deformità, sul sociologicamente scorretto.
Non ammanta di neo-moralismo i suoi racconti, non si pone come figlia di una generazione in cui si usciva e si condivideva in piazza, guardandosi negli occhi, in contrapposizione all’oggi tecnologico. Non condanna l’individualismo sfrenato che ha portato due intere generazioni a rinchiudersi progressivamente in un guscio, lasciando al solo mondo virtuale l’onere del contatto con l’esterno. Niente di tutto questo.
Piuttosto racconta l’ineluttabile, la progressiva caduta dell’umano, inteso come umano sentire, in luogo di un pragmatismo sociale che sfiora la schizofrenia rendendola tragicamente accettabile proprio attraverso la presenza di questi nuovi motori immobili con l’occhio orwelliano e l’estetica ludica del gioco di società.  I suoi “mostri” si muovono in scenari confortanti, in situazioni apparentemente innocue e quasi sempre socialmente plausibili, lontane dall’alienazione da social condannata urbi et orbi dai nuovi sacerdoti del giusto vivere.
La gravità del danno è quindi più profonda e tocca ciascuno di noi, inclusi coloro che si sentono a buon diritto estranei alla patologia, i distaccati, i promotori del “non costituiscono danno se li sai utilizzare senza restarne vittima”. Il libro di Paola Bottero dimostra il contrario con disarmante semplicità logica, lasciando sottotraccia il lato patologico innescato dalla tecnologia, ma amplificando drammaticamente la deriva che ha preso l’essere umano indipendentemente dalla condivisione compulsiva di “selfie” e “tuttologia spicciola”.  Dimostra che i social sono conseguenza e non causa. Dimostra che il “quarto d’ora di celebrità” wharoliano, portato spesso a esempio di aberrazione antropica ben prima della nascita di Zuckemberg, ha solo trovato un suo sbocco democraticamente condiviso. E dimostra che il vero nemico non è fuori dall’uomo, ma nella sua stessa natura cinica che troppo spesso viene fuori con la scusa catartica di un sistema di anticorpi, di tecnica di sopravvivenza obbligatoria in questa società crudele.

Ne viene fuori un libro-denuncia che però non è un libro e non è nemmeno una denuncia. Somiglia piuttosto a un film, una di quelle commedie tipiche dell’epoca d’oro del cinema italiano che raccontavano il loro tempo senza l’onere di voler speculare oltre, eppure, nella sospensione del giudizio, lasciavano intatta la sensazione di condanna feroce e senza appello. Uno spaccato neorealista con l’ausilio di una scrittura disinvolta e straordinariamente matura, lontana dai cliché autocelebrativi che sembrano far stile e invece irritano il lettore: Bottero non ha penna compiaciuta, non cerca il vocabolo fascinoso, non si fa irretire dall’arabesco stilistico, tuttavia il suo scritto è seducente, addirittura sensuale, a tratti destrutturato per accompagnare complessità psicologiche che perderebbero efficacia se ulteriormente appesantite dal lemma ponderoso, in altri momenti estremamente alto, quasi aulico, come a compensare la pochezza della natura umana che quel determinato momento narrativo riconosce e fa riconoscere.

FACEBOOM è una nuova “commedia umana” che presuppone Balzac, attualizza Orwell, conferma Ellis e prosegue Verga. FACEBOOM è conquista di uno spazio d’autonomia in cui la vita sbuca oltre la coltre fumosa dell’attualità e si riprende il diritto di indipendenza dalle mode e dalle “leggi di mercato” per affermare il principio di “natura”. Non è il caso, il fato avverso, la sfortuna, a condannare i protagonisti di FACEBOOM: è la natura in un inevitabile moto di ribellione verso ciò che la sfida così apertamente, sfacciatamente. Un desiderio di immortalità che irrimediabilmente si trasforma in “immoralità” e ottiene esattamente l’effetto opposto grazie al cortocircuito innescato dagli anticorpi naturali dell’universo. Carnefici o aspiranti tali che si spingono troppo oltre finendo per essere schiacciati dalla loro stessa ambizione. Ricerca di celebrità a buon mercato che fa presto a rivoltarsi contro come conseguenza ben più disastrosa del semplice contrappasso di generalizzata indifferenza. Vittime designate che tali restano, nonostante la retorica letteraria più stantia vorrebbe il loro riscatto, la loro conversione in vincenti.
Niente sconti quindi, nemmeno quando il meccanismo assolutorio sembra l’unica soluzione per uscire dal disagio che la lettura di questo libro innesca fatalmente, nell’esatto momento in cui in quei “mostri” riconosciamo, maledizione, noi stessi.