I roghi non illuminano le tenebre. Ma le persone sì

di Paola Bottero — 

“I roghi non illuminano le tenebre”, scriveva Stanislaw Jerzy Lec. Ma ciò che rimane dei roghi, il nero che si appiccica ovunque e rimescola dentro, può dare vita a una moltitudine di fiammelle, capaci di rischiarare le tenebre fino a cancellarle.

Tiberio sit-in 1Ieri sera non sapevamo il punto esatto in cui si trovava il magazzino di Tiberio Bentivoglio, dato alle fiamme la sera del 28 febbraio. Reggio Calabria. Cronache di ordinarie intimidazioni. Ma quell’odore acre di bruciato che ha invaso l’auto in via salita Zerbi ci ha avvertiti. Eravamo quasi arrivati. L’olfatto è stato il primo senso. La vista ci ha messo un po’ a restituirci la crudezza del momento. C’era gente. Tanta gente. Molti volti conosciuti, molti mai visti prima a manifestazioni di solidarietà. Il loro calore non bastava a sopraffare il puzzo. La calca non bastava a cancellare lo stupro delle fiamme. Lo stesso da troppo tempo tempo. Dal MuStruMu alle auto che in questa punta di Calabria soffrono troppo spesso di autocombustione, come strutture ricettive (‘A Lanterna, per esempio) e piante (quelle di Valle del Marro, ma anche quelle di intere colline distrutte).
Lo stesso puzzo urlato fuori da saracinesche sguaiate. Dentro e fuori resti carbonizzati. Pochi: qualcuno nel pomeriggio aveva pensato di rovistare tra i resti di quelle che furono le merci della Sanitaria Sant’Elia e portarsi via quello che c’era da portarsi. L’udito, una volta abituatosi al chiacchiericcio ovattato, ha iniziato a percepire lo sgomento. Voci singole. Occhi bassi e umidi. Il tatto ha aiutato a cercare conforto in mani mute, che si stringevano per cercare risposte. Ma il gusto restituiva la stessa percezione dell’olfatto. E della vista. E del tatto. E dell’udito. Una percezione nera e bruciata.

Ieri sera. Il giorno dopo del giorno dopo. Quello aggiunto, ogni quattro anni, per ricordare che esistono anche gli anni bisestili. Appuntamento alle 19. Tam tam sui social e sui new media in poche ore. Centinaia e centinaia di persone arrivate puntuali. Alcuni da Cosenza, la maggior parte da una città che non ha più voglia di essere bruciata. Perché brucia dentro la rabbia dell’impotenza, e non puzza di bruciato. Potrebbe puzzare di resa. Ma potrebbe anche puzzare di voglia di dire basta.

Tiberio sit-in 2L’abbiamo vissuto, raccontato, ripreso, quell’abbraccio congiunto a Enza e Tiberio. Che non c’erano. Ma c’erano. C’erano in tutti i presenti. Anche in quelli arrivati magari solo per curiosità, ma certamente catturati in ciascuno dei sensi dalla morsa bruciata in cui ci siamo ritrovati tutti. C’erano, Enza e Tiberio, nelle parole che hanno acceso le prime fiammelle. Il 15 marzo riapre la Sanitaria Sant’Elia. In un bene confiscato. Il 15 marzo è domani. Una manciata di giorni: pochi anche solo per pensare che quel puzzo possa liberare i nostri pensieri. Figuriamoci per immaginare che Tiberio ed Enza possano riprovarci ancora. E riuscirci. Ancora. Ma sono 24 anni che ci provano e ci riescono.
C’è una data. C’è una meta. C’è una speranza. Le fiammelle aumentano. Iniziano a rischiarare una notte sospesa nel limbo bisestile. Una notte in cui le tenebre non fanno più paura, perché possono essere illuminate. Basta volerlo. Basta crederci. Basta non spegnere mai il ricordo di quella puzza di bruciato. Basta dire basta. E iniziare a camminare insieme, oltre le parole e le parate. Oltre le promesse di uno Stato che non riesce a stare al passo con i roghi.
Siamo più di loro. Molti di più. Dobbiamo smettere di dimenticarcene.