Se la Calabria è più povera delle regioni polacche

di Gabriel J. Greco — 

Pil eurostat UeLondra uber Alles. La più ricca. Si sapeva. E forse si sapeva anche che la fine dell’Europa su terraferma, questa nostra Calabria lunga e stretta, non stesse messa molto bene. Ma leggere che sta proprio in fondo in fondo al territorio europeo anche in quanto a dati statistici, leggere che è più povera delle poverissime regioni polacche, è qualcosa che ti rimescola dentro.

Lo dicono chiari i numeri tirati fuori da Eurostat, l’agenzia europea di statistica: la crisi del sistema occidentale ha colpito tutti, ma non allo stesso modo. E così, in una regione che viene attenzionata dal governo nazionale perché dovrebbe fare da appoggio all’infrastruttura del secolo, quel Ponte sullo Stretto che ritorna ciclicamente nell’agenda delle priorità ogni qual volta lamenta il proprio ritardo infrastrutturale; in una regione che diventa motivo di ilarità europea quando il nostro premier annuncia la data di consegna dei lavori di una A3 che ancora sembra ben lontana dalla possibilità di collegare davvero il Sud Italia e far procedere Cristo dopo Eboli; in una regione dove gli scali aeroportuali vengono messi al bando da Enac e da una politica – locale e nazionale – molto, troppo miope; in una regione che non avrà mai l’alta velocità e neppure la possibilità di collegarsi in tempi degni con la capitale, a correre veloce, velocissima, è solo la povertà.

Siamo in fondo a tutto. Un fondo geografico che è anche di reddito. I numeri ci sono, e parlano chiaro: nel 2014 il reddito di diverse regioni del sud Italia ha grattato un fondo già molto profondo. La Calabria è l’area più povera d’Italia (seguita a ruota dallaCampania), con un tenore di vita appena superiore alla Romania e inferiore rispetto alla Polonia. Il Pil pro capite si ferma a 16.100 euro l’anno. Un po’ pochi, per dire di far parte del sistema Europa.

Pil Eurostat CalabriaEppure. Eppure l’assessore regionale alla Logistica e ai trasporti, quel professor Francesco Russo che tutti ci invidiano, ha dato ricette semplici e realizzabili con poco. Il gap di Afragola, ad esempio. Ha spiegato, durante una puntata di politiCALtour, che se il collegamento su rotaie evitasse il “giro di Peppe” intorno a Napoli, si risparmierebbero 45, 50 minuti. Non vorrebbe dire avere l’alta velocità (che serve come il pane, ma richiede tempi lunghi – e possibili – di realizzazione), ma significherebbe poter collegare Reggio a Roma in poco meno di 4 ore con un comodo viaggio in treno. Succede già con il collegamento veloce Milano-Roma, che per alcune tratte evita la fermata di Firenze, con il tour intorno a Santa Maria Novella, per risparmiare 15 minuti. Potremmo ipotizzare di eliminare la fermata a Napoli, almeno una volta al giorno (una in andata, uno in ritorno) per rendere meno isolati i cittadini della città metropolitana dello Stretto, no? L’assessore regionale lo sta ipotizzando. Ma non tocca a lui renderlo operativo. Tocca a lui renderlo urgente, più urgente di quel 22 dicembre della consegna definitiva della Salerno – Reggio Calabria, data di svolta per iniziare a mettere sul piatto la nuova impresa. Il Ponte sullo Stretto (a volte ritornano).

Ma io non sono un esperto di logistica, né di trasporti. Sono un umile reggino che dimentica i fondamentali ogni volta in cui torna (sempre meno, viste le carenze infrastrutturali) nella terra natìa. E intanto sto qui, nel cuore di un’Europa che quando “esce” numeri mi ricorda sempre quanto sia al Sud il Sud Italia.
Leggo. Analizzo. E mi spavento. E alla fine mi dico che sì, mentre nella mia Calabria la povertà continua a correre rischiando di abbattere il muro del suono, tanto è veloce, forse si delinea davvero il suo futuro: l’emigrazione. Che oggi, a quanto pare, ha già superato abbondantemente l’immigrazione (eppure quella sembra essere l’emergenza unica da attenzionare).