Il libro è morto, viva il libro. Aspettando il Salone Internazionale di Torino

di Paola Bottero — 

Arrivano ancora proposte di inediti per la pubblicazione (“perché voi avete belle copertine”) in cui, per sottolineare la propria capacità autoriale, l’aspirante scrittore grassetta la parte della biografia relativa alla presenza a qualche edizione del Salone Internazionale del Libro. Supero senza approfondire la parte relativa all’editoria a pagamento (ma non sarebbe più corretto chiamarla servizi tipografici?), all’autopublishing e affini (ma confermo che almeno la metà dei manoscritti è accompagnata da richiesta di preventivo – sempre perché, a parità di costo, preferirebbero le nostre: una questione di grafica, ancora). Supero senza approfondire anche la parte non-si-legge-più, l’editoria-è-in-crisi, che fa la pari con “vorrei quel libro, ma dove lo trovo?” (in macelleria no, non ancora, come è ovvio: però chissà perché chi pubblica libri viene preso per un Mecenate benefattore con il bagagliaio pieno di copie pronte per il questuante di turno. Voglio dire: le sigarette le comprate, o continuare a scroccarle a chi fuma?). E supero anche, sempre senza approfondire, il senso del leggere, del maggio dei libri, di tutte queste cose belle che mi ricordano un post apparso stamattina per un attimo sulla mia home di Facebook (cito a memoria, non saprei come/dove cercarlo: “chi è stronzo rimane stronzo anche se legge”. Ma leggere non serve a migliorare il carattere: serve a migliorare le domande, le risposte, la ricerca. E non sempre migliorare la conoscenza garantisce la fine della stronzaggine. Ma aiuta).

Giro successivo, dunque. Dopo tutti i salti ad ostacoli accennati.
E riparto da dove ho iniziato. Perché oggi la mia è una domenica di lavoro, a sistemare le ultime cose prima della partenza per Il Salone del Libro di Torino. Appunto. Che fa 29, quest’anno. Ventinove anni di esistenza nella mia città di origine. Ventinove anni in cui almeno un salto dovevo farlo. E mentre i capelli imbiancavano, la prespiopia bussava alle porte (con tutte quelle cose poco attese che arrivano tutte di colpo passati gli anta, costringendoti un animo bimbo in un corpo con ben altra età anagrafica), vedevo cambiare tutto. A partire dal mondo dell’editoria, in cui chiunque (persino io) si buttava / era buttato (ma la differenza davvero non esiste) in un esordio da scrittore. Gli editori dicono che la crisi l’abbiamo determinata noi, aspiranti scrittori privi di controllo. Io sostengo che sono stati i grandi editori a giocare sporco per primi, creando casi editoriali che a Reggio si definirebbero da mancu-li-cani e puntando sulla popolarità di veline, calciatori, vips (proprio così, con la esse finale) per aumentare la vendita di carta rilegata e cucita in filo refe. Poi è sparita anche la cucitura, sono nati i dorsi incollati che ti lasciavano le pagine in mano sul più bello. E il senso della raccolta per la libreria, delle belle rilegature in pelle di testi ultracentenari ha lasciato il posto alla copiatura di copertine e titoli, a prodotti di infimo livello e contenuto, da scaffalare nei supermarket della cultura, quello del prendi 3 paghi 2. Ma non ti dicono che prendi niente e paghi assai.

Die Bücherwaage [Quint Buchholz]
Die Bücherwaage [Quint Buchholz]

Quindi. Oggi, 29 anni dopo, non sono più una semplice, accanita (e un po’ feticista) lettrice. Oggi ho aggiunto l’esperienza di narratrice, di editore, e pure di editor. E sono disorientata. Perché per me la cultura non deve e non può pretendere che errori altrui possano diventare il viatico di ogni male. Criptica, lo capisco. Provo a spiegarmi. Penso ai personaggi in cerca di (essere) autore che ogni anno, negli ultimi anni, ho visto vagare tra gli stand per sistemare meglio, davanti agli altri, il proprio piccolo meraviglioso figlio di carta. E intanto fotografare il pubblico delle altre presentazioni, non si sa mai che possa servire per il proprio reportage. Penso alle polemiche sull’accoppiata ‘nduja-libri, prima che il cibo diventasse il settore più venduto anche nel campo dell’editoria. Penso alle migliaia di eventi, festival della cultura (rigorosamente internazionali, ça va sans dire), presentazioni di libri in bar, pasticcerie, locali, ferrovie, sale più o meno grandi, più o meno piene, vendite/acquisti/firme. Penso a un libro con pagine bianche che è già un best seller tra teenager, perché tanto il libro ha un senso solo per l’autografo in prima di copertina. Penso che anche io sarò là, nella fiera del nulla in cui non serve esserci, ma tutti si accorgono se non ci sei. E penso che forse ho già perso troppo tempo, sottraendolo alla lettura. In questo mondo che va al contrario il libro è morto: l’abbiamo ucciso noi. Ma nel mondo reale esistono ancora ottimi libri. Molti fuori dai riflettori, dalle invidie, dalle alternanze dei premi tra gli editori monopolisti, degli inviti per le file di autografi, delle presenze massicce in prima pagina di. Ma sono quelli, che fanno davvero la differenza: è una questione di pesi. E ci saranno anche loro, a Torino. Magari un po’ nascosti. Eppure vale la pena di non smettere di cercarli.