Reggio sotto piazza Garibaldi: tante storie intorno al muretto del secondo scavo

di Josephine Condemi — 

Sta calando il sole, su piazza Garibaldi. Il muretto trovato dentro il secondo quadrato di quindici metri per quindici, quello più vicino alla stazione, non si presta bene alle fotografie: l’esposizione è in controluce. Ma dai buchi della rete di recinzione, col cellulare, molti provano lo stesso a documentare l’evoluzione degli scavi, a farsi domande. Perché sarà domenica, sarà festa della mamma, ma la curiosità della città attorno al cantiere non si ferma. Una curiosità molto poco morbosa: nessuna frenesia, ma riflessioni libere che si susseguono guardando oltre le paratie. Oltre gli scavi. Anzi i saggi, come si chiamano tecnicamente: saggi preliminari alla costruzione di un parcheggio sotterraneo. I cui lavori sono stati appaltati, ma questa è un’altra storia. Cosa davvero rappresentino per ognuno questi scavi/saggi, non è dato sapere. Ma intanto si incontrano storie, a piazza Garibaldi.

«Sono contentissimo, ora speriamo bene»: mi arriva una voce da sinistra, mentre cerco di capire a quale profondità sia stato trovato il muretto. Un metro circa? Un signore di mezza età, il signor Umberto, mi spiega la sua ipotesi su quest’ultimo ritrovamento, che, allo stato attuale, potrebbe avere tranquillamente valore archeologico zero. «Se guardi le pietre di questo muro a secco, trovato qui, assomigliano a quelle sopra il basamento del primo scavo: una volta le facevano queste cose, prendevano da una parte e costruivano dall’altra». Ha voglia di raccontare, il signor Umberto. A proposito di saccheggi storici, mi parla di Alarico, ha visto un documentario ieri sera sul re dei visigoti: i romani gli avevano consegnato un tesoro perché non distruggesse la città. «Alla fine non la distrusse, Roma, perché in fondo anche lui era un romano, un romano d’adozione» continua. Dai che lo straniero alla fine ci somiglia un po’. «Dicono che è stato sepolto a Cosenza, dentro un torrente, qui in Calabria: stanno facendo gli scavi, vediamo cosa troveranno. Ci vogliono soldi per fare queste cose ma poi rendono dieci volte tanto! Certo, ora c’è crisi» e gli si abbassa la voce, per poi riprendere subito dopo: «Però magari un investimento privato, anche se qua non c’è la mentalità…». E giura che a piazza Orange avessero trovato un acquedotto romano, presto ricoperto.

«Per me è tutta una questione di politica»: sbotta l’uomo accanto a noi che, mentre guardava gli scavi, ci ascoltava. Cioè? «Quando arriva un politico, e dice di coprire, coprono, quando dice di scoprire, scoprono. Tipo il castello di Motta S. Niceto, dove sto io: ora lo stanno ristrutturando, ma chissà quando finiscono». Racconta della sua infanzia, questo signore che si chiama Giuseppe, dei suoi ricordi, di quando giocava dentro il castello ma nessuno si prendeva cura di quel posto. «A me queste cose piacciono perché… ci penso. Come facevano ad arrivare là sopra? Chi le costruiva queste cose? Quanti operai ci volevano? Erano schiavi, come gli egiziani? Avevano fatto addirittura una cisterna, per fare arrivare l’acqua fin lì al castello. Ora abbiamo i computer, ma una volta ce li avevano nel cervello!».
Tutti e due, in modi diversi, concordano su un punto: non è possibile che ci sia storia da tutte le parti e non a Reggio. «Questa è la nostra storia, che possiamo dire ai turisti, a chi viene. Dobbiamo essere orgogliosi, come siamo orgogliosi dei nostri avi… perché pure noi abbiamo avuto avi illustri!»: il signor Umberto ne è convinto. «Io sono contento di Michelangelo, de La Pietà che dopo tutto questo tempo ancora c’è… e qua, con tutta la storia che abbiamo, non c’è mai stato niente?».
Arriva un altro signore in bicicletta e si ferma: «C’è grande movimento, non me l’aspettavo, pensavo di essere l’unico, ma siamo tanti a cui piacciono queste cose!». Dai che, nonostante tutto, non siamo soli. E comincia a raccontare di Ottaviano, dell’esilio di Giulia. «Eravamo provincia dell’impero ma c’eravamo!». Esistevamo, esistiamo. Va via quasi subito, lui, non prima di aver ammonito su come trattiamo i turisti: «Una volta ai giapponesi per quattro pizze e due liquori hanno chiesto quattrocento mila lire! In Emilia Romagna dopo che vai una volta ti scrivono per gli auguri di compleanno tutta la vita!» Arriva una coppia, poi una famiglia: dov’è il reperto di cui hanno visto la foto online? In quest’altro scavo hanno trovato qualcosa?

Niente di certo, ancora. Ma questo scavo ne sta trascinando altri, a catena, con le voci di chi racconta di un passato che pensavamo sepolto ma ritorna sempre. Per chi sa ascoltare.