C’è sotto qualcosa: due muretti nel terzo scavo di piazza Garibaldi a Reggio

di Josephine Condemi —

Nzamai. Non sia mai che. Metti che forse. I due muretti rinvenuti stamattina nel terzo saggio di piazza Garibaldi riaccendono per l’ennesima volta, in questi giorni, uno spiraglio, una possibilità. La possibilità che dire c’è sotto qualcosa, nella nostra città, possa avere valenza positiva, almeno per una volta.

omraDa venerdì si intravedevano dei ciottoli, nel quadrato di quindici metri per quindici diventato presto un triangolo per la presenza, trasversale, di una fogna moderna, di nessun valore. Ma nzamai. Una possibilità che prende forma di sproloqui, congetture, ipotesi, tutte intorno a quei quadrati previsti dalla Soprintendenza in vista del parcheggio sotterraneo comunale. Tutti intorno a quei quadrati, noi reggini, già pronti a schifiare tutto, a cancellarle, quelle quattro pietre d’inciampo, meglio metterci una pietra sopra. Ma nzamai.

Gli scaloni che l’archeologa Maria Maddalena Sica e gli operai dell’Alca Immobiliare Srl, da un mese tracciano per la stratigrafia, ovvero la datazione storica dei livelli di terreno, segnano quattro metri. Ogni scalone è alto un metro, si procede così, sempre più in profondità. A quattro metri, nel primo quadrato a nord-est, lato corso Garibaldi, è stato rinvenuto, quasi un mese fa, il podio romano e nel secondo ad ovest, lato stazione centrale, non più di una settimana fa, una canaletta di scolo, anche questa romana, di età imperiale. C’è la conferma del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, da venerdì. Nel comunicato, si specifica che nel secondo e nel terzo scavo gli strati geologici mostrano che il podio, non si sa ancora quando e come, sia stato spoliato, ovvero depredato, e distrutto. Ma nzamai.

pala-piccone-omraSica traccia le linee dello scavo della giornata. «Entro stasera capiremo», dicono dalla ditta. La pala sposta il poco terreno che rimane, lo poggia sul carrello, la gru lo porta in alto e lo svuota. Con una scopa larga, un operaio comincia a spazzare, sembra si stia delineando un muretto. Ma il gradone deve essere alto almeno 80 cm, le pietruzze che vedi ovunque, nello scavo, non significano niente. Però, nzamai.

L’acciottolato si vede, dove sembra non ci sia muro l’escavatore prova a scendere. Una pietra grossa. Pietre di fiume, forse quel Calopinace-Apsias che ancora non si capisce dove scorresse, forse esondazioni marine.
Mi si affianca un signore, età indefinibile: ne ha 75 ma lo sguardo di un coetaneo. «Vengo da Terreti, e non mi vergogno di dirlo, perché ho sempre lavorato in vita mia, ho fatto il muratore. I laureati passeggiano, se è una cosa straordinaria, dico, fate una struttura! Così i turisti vengono e qualcosa lasciano. E invece niente. E pirchi mi rrabbiu». Ce l’ha con i politici che rubano, «ci vorrebbe una bomba a Montecitorio e una al Vaticano, così prima mi robbanu ci pensano». Non cambia niente, mi vuole dire coi suoi tre quarti di secolo. «Tra trent’anni simu ancora cca. Chi glieli dà i soldi per finire?» E speriamo che tra 30 anni la possiamo vedere. «Speriamo, ma non penso che dura». Sono durate 2000 anni, queste pietre, non dureranno trenta? Ah, non vi piaci sta canzuna signurina. Nzamai.

spolveraPassa un ragazzo e grida: «chi truvaru, sordi?». Abbiamo fame, queste pietre sembrano brioches. «Con la cultura non si mangia» specifica un altro. «Abbasta non mi nnaffiunu cataveri» aggiunge un altro ancora. Una coppia di miei coetanei parla di allargare lo scavo oltre le aiuole, il perimetro del parcheggio. È già stabilito, lo ha precisato il Ministero, il primo saggio si allargherà, per capire dove va a finire il podio. Intanto guardo Sica, che prende la cassetta degli attrezzi, la posa, misura, fotografa, sto imparando un sacco in questi giorni, una lezione dal vero, dove sono quelli che studiano beni culturali? L’escavatore arranca sempre più, il carrello si riempie sempre meno, e non capisco se andrà a toccare un altro muro oppure no, mentre penso a quell’amica che ha studiato storia e conservazione e vorrebbe tornare, perché abbiamo un patrimonio, dice, te ne accorgi quando sei fuori, ma non ha il coraggio di fare il passo, è confusa come me, come tutti i ventenni, se andare o restare. Ma nzamai.

Alle undici il cantiere si ferma. Ora è chiaro che si può procedere solo di pala e piccone. Gli operai procedono e le pietre aumentano. «C’è da fare storia a Reggio»: storia personale, racconta questo signore, di sua nonna che faceva la pescatrice, una famiglia di pescatori davvero, e le barche, agli inizi dell’800, le tenevano sotto la stazione, nel primo porto di Reggio, in questa Punta Calamizzi in cui si sta scavando. Pala e piccone e sforzo, mentre spiega che i conti con la nonna non tornano, tra l’età che aveva detto di avere, l’età dei figli e l’età in cui aveva detto di essere rimasta incinta. Storia collettiva, perché non gli tornano i conti col fatto che, da Spanò Bolani in poi, non si sia approfondito il passato  della città, non siano state diffuse fonti più recenti, sempre gli stessi che pare che parlano da soli. Ma continua a guardare. Nzamai.

pietre-carrelliPiazza Garibaldi e Rhegium Julii, la Reggio di Augusto e dell’esilio di Giulia, le gens e le genealogie, mentre il piccone incontra la pietra e insiste, scava, e un altro signore impreca, «Non votu a nuddhu, si benunu a casa i cacciu, u sannu, non bogghiu sapiri nenti». Basta bugie, siamo stanchi. Ma i muretti si vedono distintamente. C’erano, non erano un miraggio. Sembrano simili alla massicciata accanto al podio del primo saggio: una massicciata che non è romana, è successiva, ma anche quella andrà datata, compresa, messa a posto. In un contesto che separi le epoche e racconti una storia credibile, sulla base di pietre oltre che di idee. Per poter costruire qualcosa di nostro e nuovo, insieme. Lo spazio del saggio è molto stretto, ma c’è uno spiraglio, si può andare più giù, già da domani. Che nzamai ci sia sotto qualcosa, a piazza Garibaldi.