Io non mi inchino neppure ai pregiudizi. Le Rivoltelle e quel concerto cancellato per ignoranza

di Paola Bottero —

le rivoltelle concerto rcTerra martoriata ed affossata dai silenzi di chi ascolta ma non sente | Terra di santi in processione di soste obbligatorie | Non calcolate.
Fotografia forte, intensa, dura e arrabbiata, quella del testo di Io non mi inchino, il nuovo brano presentato da Le Rivoltelle a fine aprile. Istantanee scattate in note e rabbia. La rabbia della voce graffiata di Elena Palermo (voce, violino, sax e chitarre), della controvoce piena di Alessandra Turano (basso, chitarre, cori e voce), dei ritmi di Paola Aiello (batteria, percussioni e cori), delle chitarre di Angela Massafra (chitarre e cori). Le rivoltelle sono una band tutta al femminile. Quattro donne cui se ne aggiunge una quinta, Daniela Tripodi, manager e amica. Le guardi mentre si preparano al concerto, mentre sbirciano da dietro il palco Nicola Gratteri, il procuratore cui hanno dedicato il brano, e nei loro occhi passa, assieme alla dolcezza fatta dell’amore per il loro lavoro e per la loro Calabria, la rabbia che si fa musica e parole. Io resto in piedi | E non mi piego alla paura e alla stupidità | Di chi contratta un posto pure al funerale | Di chi ha paura di restare | E resto in piedi | e guardo in faccia chi ha sputato sul mio nome.

LE RIVOLTELLE bandFrasi secche, che ti entrano dentro. E che poi tornano e ritornano. Perché tutto potevano pensare, le rivoltelle che sparano con le parole e le note, fuorché che in una tranquilla giornata di fine luglio quelle stesse parole potessero essere cucite così a pennello su un’altra storia di Calabria.
Sono in tour, dentro e fuori la regione. Sono state a Reggio a Tabularasa, accanto a Gratteri, molti comuni le chiamano per concerti. Tra questi c’è Rossano. L’iter è lo stesso: ci si sente, si concorda una data, il cachet, la logistica. Poi si formalizza. Ma l’iter a volte si ferma. Diventa un neither. L’avrete letto tutti, quello che è successo. Parte dalle parole di una signora di Rossano Calabro: “le Rivoltelle sono lesbiche e questa è una festa religiosa e quindi potrebbero offendere la morale cattolica di ogni singolo cristiano facente parte di questa comunità”. Elena, vocalist e front(wo)man della band, non ci sta. Elena, come le sue compagne di palco, non si inchina. E sbotta. Lo fa commentando la notizia sulla pagina Facebook della band. Questo concerto non s’ha da fare, titola la nota che cita più che a proposito don Abbondio. “E quando tutto sembrava superato ed il pensiero moderno sembrava essersi emancipato da arcaici pregiudizi di genere… quando le coscienze sembrava si fossero aperte ad accogliere l’altro da sé e ad accettare anche se timidamente il diverso… quando l’interesse verso i gusti e i desideri sessuali del singolo sembravano non essere più motivo di discriminazione… arriva lei”. La rabbia si fa post. Condivisioni, commenti e insulti fanno il giro della rete.
Era la tarda mattinata di venerdì scorso, il 29 luglio. In quel momento a Pizzo, in una tavola rotonda preparatoria al Calabria Pride di ieri, stavo dicendo che omosessuali si nasce, omofobi si diventa. E cercavo di individuare con gli altri relatori l’origine del virus che rischia di infettare una società già profondamente ammalata. Ignorando, di fatto, che a pochi chilometri da noi si stava consumando un altro pregiudizio omofobo.

LE RIVOLTELLE band2Il fatto non è se tutte e quattro le ragazze della band, o parte di essa, o nessuna, siano o no lesbiche.
Il fatto è che, anche se lo fossero, la loro valenza è data dalla profondità dei testi, della musica, dei contenuti. Hanno composto brani importanti contro l’anoressia, contro la criminalità organizzata. Hanno reinterpretato in modo del tutto nuovo, e ottimo, alcune delle più belle canzoni della storia della musica italiana. Fanno uno spettacolo vero, di quelli rari da vedere in Calabria, in cui danno tutte se stesse per la loro passione. Che è la musica. E vengono rifiutate, dopo essere state contattate, per un presunto lesbismo.

La rabbia di Elena in questi due giorni è stata contagiata dalla ragione e dal cuore. «Mi dispiace che adesso venga strumentalizzata la città di Rossano, che amo e contro cui non ho mai detto nulla: non sono abituata a generalizzare, non l’ho fatto neppure stavolta» mi dice. «Anzi, il sindaco è fantastico. Ma leggo quello che si è scatenato e inorridisco. Mi dispiace pure per lei, la signora dall’infelice uscita in base alla quale hanno deciso di non farci suonare. Immagino i nipoti che le riferiscono gli insulti che sta raccogliendo su Facebook, e mi dispiace davvero». Sa bene, Elena, cosa significhi per una persona – e per la famiglia, per le persone care – essere additata e insultata. Ma «non è più il momento di tacere». Io non mi inchino, appunto. È arrabbiata, Elena. «Mi fa incazzare che questa storia si sia consumata su un pregiudizio, un’illazione di cose peraltro mai dichiarate. Lasciamo stare che la sfera sessuale è un fatto assolutamente personale. Anche se fosse vero che siamo quattro lesbiche – e non lo è, almeno per quanto mi riguarda, ma questo è un fatto irrilevante – è inammissibile giudicare la qualità di un lavoro e impedire di esercitare una professione su un pregiudizio così becero. Davvero nel 2016 esistono ancora polemiche su una discriminazione sessista? Lo trovo terribile sempre. Ma diventa inconcepibile quando una squallida discriminazione sessuale svuota di significato tutto ciò in cui crediamo e tutti i valori sui quali fondiamo la nostra denuncia in musica».

Non è la prima volta che Elena, Alessandra, Angela, Paola e Daniela raccolgono insulti e ascoltano dicerie sulla loro presunta omosessualità. Non è la prima volta che sono vittime di attacchi strumentali. È la prima volta che tali frutti dell’ignoranza capitano a cavallo del Calabria Pride e durante la promozione di un brano urgente e importante come Io non mi inchino. Ma evidentemente di persone che amano stare sulle ginocchia è ancora pieno il mondo.

e sarà bellissimo,
fermarsi e poter gridare
in una terra ripulita dai poteri
sarà un futuro eccezionale