I padrini e i padroni secondo Gratteri e Nicaso

“In questo libro riusciamo a retrodatare i contatti della ‘ndrangheta con la massoneria più o meno deviata al 1869. Raccontiamo anche l’importanza dei boss calabresi che ritornano in Calabria dagli Stati Uniti dopo il terremoto del 1908: sfruttano le risorse stanziate per la ricostruzione di Reggio, potendo contare sull’appoggio dei maggiorenti in quasi tutti i paesi e a Reggio Calabria in particolare. La logica che salda questi rapporti è quella della reciproca utilità: voti in cambio di favori. Spieghiamo anche come la ‘ndrangheta sia riuscita a passare indenne durante il Ventennio e come si sia affermata dal secondo dopoguerra ad oggi”. Antonio Nicaso riassume così il libro che esce oggi per Mondadori: Padrini e padroni – Come la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente, il quattordicesimo scritto con Nicola Gratteri.

207 pagine di denuncia forte. Un libro coraggioso, come si legge nella presentazione, che racconta una verità amara. Senza sconti per nessuno.

padrini-e-padroniNel 1908, un tragico terremoto divora Messina e Reggio Calabria. Si stanziano quasi centonovanta milioni di lire per la ricostruzione, ma la presenza nella gestione dei fondi anche di boss e picciotti – molti dei quali tornati dall’America per l’occasione – causerà danni gravissimi, sottraendo risorse preziose, trasformando le due città in enormi baraccopoli e dando vita a un malcostume ormai diventato abituale. Lo stesso scenario che si ripeterà, atrocemente, cent’anni dopo, nel 2009, con il terremoto dell’Aquila. Mentre la gente moriva, in Abruzzo c’era chi già pensava ai guadagni. E ancora, nel 2012, nell’Emilia che crolla la mafia arriva prima dei soccorsi. In Piemonte, la ‘ndrangheta era riuscita a infiltrarsi nei lavori per la realizzazione del villaggio olimpico di Torino 2006 e in quelli per la costruzione della Tav nella tratta Torino-Chivasso. La corruzione, l’infiltrazione criminale, i legami con i poteri forti – occulti, come le logge segrete, e non, come la politica sul territorio e a tutti i livelli, fino ai più alti – sono oggi parte di una strategia di reciproca legittimazione messa in opera da decenni da tutte le mafie e in particolare dalla ‘ndrangheta.
Già nel 1869, le elezioni amministrative di Reggio Calabria erano state annullate per le evidentissime collusioni ‘ndranghetiste. Il primo caso di una serie di episodi che nei decenni hanno segnato l’intera penisola, arrivando fino a Bardonecchia, in Piemonte, nel 1995, e a Sedriano, in Lombardia, nel 2013. Lo scambio di favori fra criminalità e certa parte della politica è continuo e costante, il ricatto reciproco un peso enorme sulla cosa pubblica, con ripercussioni su tutti i settori, dalle opere pubbliche alla sanità, dal gioco di Stato allo sport.
Anche lo sport. Il calcio è popolare e ha bisogno di investimenti. E le mafie, da tempo, si sono accorte delle sue potenzialità, non mancando di sfruttarle, come dimostrano le recenti inchieste giudiziarie. In questo vermicaio c’è di tutto: oltre al riciclaggio di denaro, ci sono partite truccate, scommesse clandestine, presidenti prestanome, e ultrà che gestiscono attività illecite.

Il vero problema è che né i ricorrenti disastri ambientali, né il consumo dissennato del territorio, né il degrado di opere e servizi sembrano più scalfire l’opinione pubblica. In Italia l’incompiutezza è diventata risorsa, strategia di arricchimento per cricche e clan, mangime senza scadenza per padrini e padroni. C’è un’assuefazione che sconcerta. Quello che è di tutti non appartiene a nessuno.

Che importa se la corruzione avvelena l’economia, provocando gravi disuguaglianze sociali o se la mafia ammorba l’esistenza di tanta gente, con la complicità di alcuni degli uomini chiamati a combatterla? E perché nessun governo ha mai inserito fra i propri obiettivi primari la lotta alla corruzione e alla criminalità economica?
Queste le domande di Gratteri e Nicaso. Conoscendo il loro modo di raccontare, senza veli, la realtà che ci circorda, siamo certi che in Padrini e padroni troveremo anche qualche risposta. O forse molte più di “qualche”.