Luciano Rispoli se ne è andato sul suo Tappeto Volante. Il ricordo di Giacomo Battaglia

«Ma che belle parole, ma che belle parole. Ma che bravi». Trovarsi al telefono con Giacomo Battaglia a ricordare Luciano Rispoli, che si è spento stamattina nella sua abitazione romana, e sentirlo presente come mai. Era nato 84 anni fa a Reggio Calabria (il 12 luglio 1932), e lascia un vuoto incolmabile. Per i modi e per la gentilezza, prima che per la sua immensa professionalità.

Quella con Battaglia e Miseferi è stata una lunga frequentazione.
«Ci vide a Stasera mi butto», racconta Battaglia. Era il 1990. «Ci incontrò qualche giorno dopo a un ricevimento e ci fece i complimenti, invitandoci subito al suo Tappeto Volante». Erano gli anni in cui la coppia di comici reggini calcava le scene del Bagaglino, andava in prima serata su Rai Uno. Rispoli da allora ha continuato ad invitarli, anche più di una volta l’anno. A livella, la loro interpretazione in onore di Totò, andò una sola volta in televisione nazionale. E fu proprio al Tappeto Volante.

«Un grande signore. Un grande, grande, grande personaggio» ripete Giacomo commosso. «Sai cosa avrebbe risposto? Ma che belle parole, ma che belle parole. Ma che bravi». E ancora ritrovare presente, con il timbro così ben imitato, la sua eleganza. La sua sobrietà. Il suo amore per una televisione non urlata, garbata, educata.
«Aveva un senso dell’accoglienza senza pari. Arrivavi da lui e ti ritrovavi in un vero salotto ancora prima di entrare in diretta. Ti accoglieva dietro le quinte con un aperitivo. Ti metteva a tuo agio. E continuava a farlo, con la sua eleganza personale e televisiva, anche quando ti sedevi davanti alle telecamere. Ci ha dato grandi consigli, di cui Gigi e io faremo sempre tesoro».
Un maestro. «Uno dei pochi grandi maestri. Aveva questo culto per le parole. Anche dopo Parola mia. Doveva preparare le ospitate. Doveva sapere di cosa si sarebbe parlato, e tu dovevi fare attenzione alle parole. Entravi nelle case degli italiani: dovevi farlo con garbo, con eleganza, con sobrietà». Il paragone con la tv urlata degli ultimi anni arriva automatico. La sguaiataggine per bucare lo schermo. La finzione cafona per salare e pepare l’insipienza di troppi programmi. «Per lui era importante pensare a tutti. Essere equilibrati. A tal punto che quando siamo andati a presentare il nostro libro La Sacra Rebibbia, scritta dopo Tangentopoli (1994), in cui facevamo satira partendo dai personaggi della Bibbia e adattandoli ai politici del tempo, ci ha fatto molti complimenti, ma nei camerini ci ha redarguiti: “avrei cambiato il titolo: Rebibbia è un luogo di penitenza e di dolore. Capisco il senso, ma io l’avrei proprio cambiato”».

Colmare l’assenza con la (tanta presenza). I ricordi chiamano i ricordi. Luciano Rispoli fu il primo inviato per la Reggina, quando “salì” in A, all’interno di Quelli che il calcio: conduceva Fabio Fazio. Poi, con il cambio di staffetta e la conduzione di Simone Ventura, arrivò il momento dei “tifosissimi” Battaglia e Miseferi. «La reggina iniziò ad andar benissimo, da quando iniziammo a seguirla noi. C’era questa cosa di scherno tra noi: Luciano, gli dicevamo, Simona non ti chiamerà più. Con te non vincono, gli amaranto».

Luciano Rispoli e Reggio Calabria. Nel 2009 furono proprio Battaglia e Miseferi a contattarlo per invitarlo sullo Stretto. Doveva ritirare il Sangiorgino d’oro. «Quella fu bellissima» ricorda Giacomo. «Intanto perché mi chiamò da un numero privato per avere i dettagli di data, aereo e altro, ed io pensai che fosse Mario Zamma, il mio collega imitatore del Bagaglino. Ci capitava di imitarlo tra noi per gioco. Di farci chiamate imitando Luciano. Ci misi un po’ a credere che fosse davvero lui. Poi arrivò, ci fu questa cerimonia, la serata. Insomma, al solito. La mattina mi chiamò la moglie allarmata: “Sai che fine ha fatto mio marito?”. Non aveva preso l’aereo di ritorno. Era ancora qui, a Reggio, incantato dalla nostra città e dalla sua accoglienza». Lui che dell’accoglienza aveva fatto un modo di vivere.

E stamattina il suo Tappeto Volante è andato via per sempre. Ma rimane nei ricordi – e nella voce – di chi lo ha amato. «Ma che belle parole, ma che belle parole. Ma che bravi».