Reggio e l’orizzonte che ci manca

di Paola Bottero

C’è la meta. In marketing e comunicazione si chiama vision: è l’orizzonte cui non si smette mai di guardare e verso dove si vuole andare. C’è la strada da costruire e da percorrere per raggiungere la meta: è la mission. E poi ci sono i veicoli: persone, mezzi, idee, azioni per andare avanti, per avvicinarsi sempre più alla meta. Sono gli strumenti.

Da qualche tempo guardo con sempre più apprensione alla nostra città – scrivo nostra perché credo che un luogo sia di chi lo ama, ed anche io amo Reggio in modo incondizionato, senza bisogno di tatuarlo addosso con slogan. Ho iniziato a guardarla con la deformazione professionale di chi cerca la strategia giusta, efficace e condivisibile, per cercare risposte reali alla kennediana domanda “non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti piuttosto cosa puoi fare tu per il tuo paese”. E sono confusa. Sempre più confusa.
Ci sono oasi incredibili, a Reggio. Realtà sane, fatte di persone belle e pulite che non si fanno domande, perché il loro fare è la risposta. Oasi in cui si respira voglia di dare ciò che si sa dare: nel sociale, nel culturale, nel progettuale. Anche nel quotidiano. Ma tra un’oasi e l’altra c’è il deserto. Un deserto fatto di “non c’è nenti”. Che è qualcosa in più del lamentarsi come ipotesi del nostro caro Peppe Voltarelli: è una resa senza se e senza ma, è una voglia di chiamarsi fuori e allargare sempre più il deserto tra un’oasi e l’altra. E intanto urlare. Contro. Perché oggi siamo diventati a pieno titolo il popolo del contro. Anzi: le truppe cammellate del contro.

Io per prima, come nel caso irrisolvibile dell’acqua. Che porta con sé responsabilità più che trentennali, in palleggio costante tra Regione e sue partecipate. Arrivi a casa e i rubinetti restituiscono neppure un gorgoglio per l’assenza idrica? La rabbia si fa social, il post è duro, le condivisioni e le lamentele si moltiplicano.
Ieri sera è successa una cosa che ha dell’incredibile: anche dopo le 21 c’era l’acqua nelle case del centro di Reggio Calabria. Ha continuato per tutta la notte. E c’è ancora stamattina. Ma non mi è venuto da urlare: ho iniziato a riflettere. Ed ho iniziato così a cercare le domande giuste.

Ho sempre creduto nella possibilità che questa città, dalla quale mi sono fatta adottare ormai 17 anni fa, potesse rinascere, attendendo quella primavera che oggi è una pagina social on line. Mi sono spesa anche io, come i tanti abitanti delle oasi reggine, per portare idee, eventi, energie, azzardo persino a dire cultura. Sempre più spesso ho constatato quanto sia elastico il muro di gomma contro cui ci troviamo a rimbalzare ogni giorno. E quanto stia diventando sempre più alto. Sempre più insormontabile.

Intorno, le oasi nel deserto. Un deserto che ruba spazio alle oasi, giorno dopo giorno, alimentandosi di urla social. Un po’ come l’acqua che non esce dai rubinetti. Ci lamentiamo. Poi iniziamo ad organizzarci per fare la doccia quando la pressione lo consente. Riempiamo le bottiglie vuote di minerale (perché mi sono adattata anche a questa cosa, che senza le bottiglie di minerale a Reggio non si beve) quando i rubinetti lo permettono. Pensiamo a come farci mettere, se ancora non ne siamo forniti, una cisterna di raccolta, ed intanto ci avviciniamo a lavelli e lavabi, la sera, sempre con un po’ di timore. Alla fine impariamo anche noi a far diventare normale una cosa che normale non è.

Nel 2017, una città metropolitana non può definirsi tale se non riesce neppure a garantire un servizio idrico – evitando di entrare nel merito della sua potabilità. Nel 2017, una città metropolitana non può avere come unica vision il pur meraviglioso orizzonte del lungomare. Che è, sì, uno dei migliori orizzonti possibili (quello che mi ha fatto innamorare di Reggio), ma non può essere la meta.
Torno allora a vision, mission e strumenti. Un orizzonte condiviso è un orizzonte che vedono e in cui sperano tutti. Un orizzonte fatto di confronto, sinergie, rete. Come la strada per raggiungerlo: deve essere delineata insieme, evitando di passare nelle zone più impervie. E come le auto per percorrerla: gli strumenti, le azioni da mettere in campo. Devono partire insieme, ciascuna con i propri tempi e la propria cilindrata. Qualcuna arriverà prima, qualcuna dopo. Ma la meta sarà la stessa per tutti.

Invece. Invece chi ha un mezzo sgomma e gira in tondo, cercando di tagliare la strada agli altri mezzi. Così si perde di vista la strada, viene meno l’orizzonte. E ciascuno si arrende, continuando ad accelerare, ma sempre in folle. Girando su se stesso. Di fatto, arrendendosi. Non mi piace questa resa. Non mi piace questa mancanza quasi strutturale di sinergie, questo scollamento globale tra cittadini (e loro bisogni) e istituzioni (e loro problemi).
Lo sostengo da tempo, ma stamattina mi è più chiaro di sempre: abbiamo bisogno di una “e”. Forse dovremmo imparare tutti, cittadini e istituzioni, a riutilizzare quella e (che è congiunzione ma è anche declinare dell’essere, oltre l’apparire) che abbiamo cancellato preferendo una presenza/assenza social a quella sociale, nel senso più completo del termine. Mi piacerebbe che fare qualcosa per la nostra città uscisse dai personalismi ed entrasse in un nuovo modo di intendere la politica. Che è un modo antico, quello del governo della polis. Mi piacerebbe che ci provassimo, quantomeno. Con un post in meno, una condivisione in più. E mi piacerebbe che questi non fossero solo gli sfantasiamenti di una domenica mattina un po’ grigia, troppo lontana da quella primavera che tutti attendiamo.