Minniti orfano di Renzi si ritira dalla corsa alla segreteria del Pd

Quando aveva annunciato la sua candidatura alle segreteria nazionale del Pd – preceduto dagli squilli di tromba dei suoi sostenitori – era convinto di godere del sostegno di Matteo Renzi. L’operazione era chiara: neutralizzare, fin dove possibile, l’altro candidato, Nicola Zingaretti, impedendogli di superare il 50 per cento necessario per essere eletto segretario e demandare il tutto (come da Statuto) all’assemblea, dove era pronta presumibilmente l’operazione “biscotto”. Ora Matteo Renzi ha fatto chiaramente intendere che non c’è più (pensa a un partito tutto suo, modello Macron), agli squilli di tromba non è seguito un adeguato contingente di trombettieri, e a Marco Minniti non resta che ritirarsi, ovviamente per il bene del Pd. E se lo dice lui che il suo ritiro è un gesto d’amore verso il partito, non c’è che da credergli. Magari la sinistra, grata di tanto amore, finalmente riuscirà a ripartire, in Italia come in Calabria.

L’ANNUNCIO

“Resto convinto in modo irrinunciabile che il congresso ci debba consegnare una leadership forte e legittimata dalle primarie. Ho però constatato che tutto questo con così tanti candidati potrebbe non accadere. Il mio è un gesto d’amore verso il partito”. L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti spiega così, in un’intervista in apertura di Repubblica, il ritiro della corsa alla segreteria del Pd. Minniti, originario di Reggio Calabria, proprio nelle scorse settimane era stato in Calabria per presentare il suo libro “Sicurezza è libertà” e lanciare la sua corsa alla segreteria nazionale del partito. Una corsa, però, a quanto pare lampo visto l’annuncio del ritiro, legata alle sempre più insistenti voci su un’imminente costituzione da parte di Matteo Renzi di un nuovo soggetto politico. La scelta di Minniti ha non poche ripercussioni anche in Calabria, dove una fetta del Pd – a partire dal parlamentare Antonio Viscomi, dal sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà, dal presidente del Consiglio regionale Nicola Irto e da tanti dirigenti di partito – si era schierata con lui. Su altro fronte, invece, il presidente della Regione, Mario Oliverio, che sembra essersi orientato a sostegno di Nicola Zingaretti insieme ad altri sindaci e consiglieri regionali.

“La mia candidatura poggiava su due obiettivi: unire il più possibile il nostro partito e rafforzarlo per costruire un’alternativa al governo nazional populista”, osserva Minniti. Però “si è palesato il rischio che nessuno dei candidati raggiunga il 51%. E allora arrivare così al congresso dopo uno anno dalla sconfitta del 4 marzo, dopo alcune probabili elezioni regionali e poco prima delle europee, sarebbe un disastro. Sarebbe la prima volta che un segretario del Pd viene eletto senza la maggioranza”, il che equivarrebbe ad “accettare l’idea di un partito che sia solo una confederazione di correnti”. In merito al Matteo Renzi e al rischio scissioni, “le scissioni sono sempre un assillo. Il Pd ha pagato un prezzo altissimo a congressi cominciati e mai finiti. Spero che non ci sia alcuna scissione, sarebbe un regalo ai nazional populisti”, evidenzia Minniti. “Con Renzi non ci siamo sentiti. Spero davvero che nessuno pensi a una scissione. Si assumerebbe una responsabilità storica nei confronti della democrazia italiana. Indebolire il Pd significa indebolire la democrazia italiana”, rimarca. “Mai come adesso rischiamo uno slittamento. Mai come adesso le differenze tra i partiti sono tanto nette”.